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Ogni brand cresce con la volontà di stabilizzare una propria riconoscibilità, costruita su specifiche caratteristiche differenzianti tese a definirne l’unicità.

Pubblicizzare non è la soluzione di cui hai bisogno. Non basta trasformare la persona che ti conosce in cliente, è necessario mutare quel cliente nel tuo cliente e possibilmente nel tuo advocate. Coinvolgerlo all’interno del tuo gruppo di ascolto, considerarlo parte di un sistema – il tuo – che si nutre della sua presenza.

Per gestire questa logica é necessario crederci e avere pazienza. I risultati saranno sorprendenti.

Il tuo cliente sceglierà i tuoi servizi e i tuoi prodotti perché sceglierà Te e ciò che per lui rappresenti.

Immagine in evidenza: Obey, Hope 2008,  manifesto per la campagna elettorale di Obama. 
Hope riproduce il volto stilizzato di Barack Obama in quadricromia, diventato l’icona della campagna elettorale che ha poi portato il rappresentante democratico alla Casa Bianca. Il critico d’arte Peter Schjeldahl ha definito il poster “la più efficace illustrazione politica americana dai tempi dello “Zio Sam”. 
Obama scrisse a Obey:
"Ho il privilegio di essere parte della tua opera d’arte e sono orgoglioso di avere il tuo sostegno

Il cliente non pensa a te come la persona capace di interessarsi a lui.

Il cliente non pensa a te come la persona capace di affezionarsi al suo progetto e farlo proprio.

Il cliente non è il tuo cliente. Il tuo cliente é il tuo amico, il tuo confidente, la persona che ti telefona anche di sera per condividere scelte, dubbi,  nuove idee.

Il tuo cliente è come il tuo miglior collega, la persona che nel dubbio e nel disaccordo si fida e si affida.

Il tuo cliente è il tuo socio.

Il tuo cliente è la persona a cui dare tutto te stesso.

Immagine in evidenza: Henri Matisse dipinge dal letto.

Qualsiasi cosa tu faccia falla col cuore.

Non mi dire che sei di quelli che considerano lo status sociale verticale una priorità?

Posizionarsi in alto, primi tra i primi?

Io preferisco il confronto orizzontale, quello paritetico, quando ci si guarda negli occhi e si decide insieme. Quando il confronto é prima di tutto emozionale. Quando il cuore e il cervello sono ben allineati e sei pronto a fare un passo indietro per dare spazio, o quando sei pronto a fare un passo in avanti e allungare la mano.

Immagine in evidenza:  K. Haring, Heart, 1988, acrilico  su tela

Mi ripeto. Il branding è l’opportunità per migliorare le relazioni tra persone unite dagli stessi interessi e l’invito ad indirizzare il singolo ad accogliere, difendere e diffondere i valori dell’altro.

Penso che Feel transport sia la migliore campagna di branding che abbia mai ideato, perché vista nel suo insieme, é uno strumento etico che abbraccia una causa sociale, comune a quelle persone che fanno del proprio progetto imprenditoriale un progetto di cui essere moralmente orgogliosi.

Feel transport rappresenta il sogno dell’imprenditore, l’orgoglio del dipendente oltre il lavoro pratico, l’insieme dei sentimenti che muovono i rapporti tra cliente/fornitore/dipendente. Rapporti per cui essere fieri, felici e appagati.

Feel transport non si pone a testimonianza, ma si fa portavoce dei valori di marca divenendo l’incubatore dei motivi che muovono i rapporti emozionali tra persone. Rispetto, condivisione e appartenenza; motivi questi che se sparissero ne sentiremmo enormemente la mancanza.

Pensa al branding come al lato più umano del marketing e anche come l’opportunità di essere una persona migliore.

Immagine in evidenza: con Maurizio Pompei in Mercedes Benz Roma per Feel transport, campagna di branding per il Gruppo Torello. 

Tempo fa scrivevo di mio padre, di come mi abbia insegnato che non si può non concedere una nuova opportunità.

Tutti ne abbiamo bisogno.

In fondo concedere opportunità significa sapere che nell’altro c’è comunque del buono, significa sentirsi bene con se stessi ed esserne fieri.

In ambito marketing Godin suggerisce di concederci l’opportunità di realizzare soluzioni di cui essere orgogliosi. Un invito ad amarci, ad amare il nostro lavoro, il cliente che ci proponiamo di servire e la persona che vogliamo diventare.

Il marketing è progredire, è generare un cambiamento positivo. Non mi riferisco al marketing che si occupa solo di promozione, ne a quello che vuole vendere per forza e in qualsiasi modo. Il marketing ha poco a che fare con alzare la voce, col persuadere, col convincere per forza.

Dobbiamo concedere al marketing l’opportunità di migliorare la nostra qualità sociale, morale e culturale.

immagine in evidenza: Banksy  La Madonna con la pistola 
Sempre più spesso appare che la comunicazione sia giunta ad un punto di saturazione. Il linguaggio pubblicitario, il tono drammatico dei giornalisti televisivi, le modalità di cui si serve la comunicazione sociale per la costruzione dei messaggi: ormai nulla ha più il potere di meravigliarci. Sembra che i comunicatori abbiano esaurito la propria creatività. I mezzi di comunicazione di massa, nonostante l’accesa competizione, hanno rapporti sempre più stretti fra loro e si richiamano frequentemente l’un l’altro sia per quanto riguarda i temi affrontati, sia per la ricerca di linguaggi innovativi. Appena un attore comunicativo ha un’idea geniale per rinnovare i propri messaggi, subito gli altri tentano di imitarlo, per non rimanere indietro. Regina del rinnovamento è la pubblicità, che modifica continuamente le proprie modalità comunicative in modo da attirare l’attenzione del target di consumatori che si propone di influenzare. Ma anche il mondo dell’advertising riscontra difficoltà nel trovare nuovi linguaggi capaci di coinvolgere il pubblico. Perciò molte volte fa affidamento all’arte per recuperare nuovi stimoli creativi.
 
Letizia Gilardino  Banksy, un comunicatore sociale,  https://www.academia.edu/348800/Banksy_un_comunicatore_sociale 

Il marketing funziona.

Il marketing funziona perchè è un processo che coinvolge tutti coloro che hanno un rapporto diretto con l’azienda e i suoi clienti: il marketer, la proprietà, il management e l’area commerciale, il customer service e il customer care.

Se per te non è stato così non è colpa del marketing, ma di chi si è approcciato ad esso e, in molti casi, dal connubio dei più chiamati a collaborare.

Sei responsabile di un’azienda che non ha avuto benefici dal marketing? Non rinunciare al marketing, cambia le persone. Sei un marketer onesto e competente che non riesce ad offrire risultati all’azienda per la quale lavora? Prova a cambiare il team di lavoro o, in ultima analisi, cambia azienda. Senza prima lasciare il numero del tuo competitor.

Il marketing funziona perché i marketer che funzionano lavorano solo con le persone giuste e solo se sono adatti al mandato.

Si tratta di unire le persone che sono felici di lavorare insieme e orgogliose dei risultati raggiunti.

Immagine in evidenza:  Paul Gauguin: Van Gogh mentre dipinge i girasoli, 1888.
La storia di Van Gogh e Gauguin dimostra come  il connubio tra due diverse intenzioni, in questo caso artistiche, genera solo danni.  Era il 1888, Paul Gauguin aveva ritratto il suo amico Vincent mentre dipingeva un vaso di girasoli. Quando Van Gogh vide il quadro, stupito ed offeso, esclamò . "Sono proprio io, ma diventato pazzo". Quanto successo dopo è di pubblico dominio. 

Chi mi conosce sa che ho una formazione artistica. Ho sempre voluto fare l’artista e onestamente non ho mai abbandonato l’idea.

Chi mi conosce sa che lavoro in ambito marketing, che mi occupo di comunicazione. Sa che la mia agenzia realizza siti web e loghi, che creo campagne pubblicitarie press, social e video.

Chi mi conosce ancora di più sa che mi occupo di gestione della marca in ambito B2B.

Sono pochi quelli che mi conoscono come artista. E va bene così.

Quei pochi sono quelli a me più vicini. Quelli che sanno che non solo non ho mai abbandonato l’idea di fare l’artista, ma che in realtà non ho mai smesso.

Le mie logiche comunicazionali sono anche il risultato di una ricerca artistica che non si è mai spenta. Non puoi pensare di smettere di fare l’artista – e chi fa l’artista lo sa bene. L’artista crea per se stesso e poi per gli altri. Le mie creazioni sono prima mie e poi del cliente.

Affermare “é mio” non è solo la dichiarazione di una proprietà, ma quanto la consapevolezza di aver creato un “qualcosa” che prima non esisteva.

Il risultato comunicativo di questo “qualcosa” è l’atto generoso di lasciare traccia del proprio pensiero e parte del proprio vissuto.

Immagine in evidenza: Loading, 2017, collezione privata

A cosa serve un’opera d’arte visiva se viene realizzata anche con lo scopo di non essere esposta?

Ci troviamo a Madrid, in una tenuta di campagna ad ovest della città spagnola. Nel 1819 questa casa, la quinta del sordo, viene acquistata da Goya che, in questi anni postnapoleonici oramai ultra settantenne, sceglie di allontanarsi dalla corte spagnola.

Ripercorro i due anni più bui della vita di questo artista, che in completa sordità dal 1820 al 1821 realizza, con totale lucidità mentale e un approccio dialettico con il proprio Io, il ciclo delle pitture nere: 14 murales ad olio su gesso; un colloquio incessante e frenetico con i mostri più profondi del proprio subconscio.

Con le pitture nere Goya dipinge per se stesso, non immagina un pubblico, non lo vuole e non gli interessa. Non vuole comunicare con nessuno se non con se stesso. Una ricerca oltre lo stile e il confronto di cui Goya si fa precursore.

Difatti, dalla quinta del sordo, Goya se ne frega dell’arte ufficiale del Salon, dell’ artista che espone in maniera indipendente, degli artisti che accomunano gli stili e da quel sistema dell’arte, che nascerà da lì a poco, che cerca lo spettatore compratore e collezionista.

Mi ripeto quindi: a cosa serve un’opera d’arte visiva se viene realizzata anche con lo scopo di non essere esposta?

Innanzitutto l’opera di Goya non é un’opera creativa. Le pitture nere non sono state generate dall’animo creativo dell’uomo ma dall’inquietudine dell’artista cosciente di dover produrre Arte per assuefare le proprie visioni. Un”arte quindi che non ha bisogno di consensi, che non ha bisogno di essere valutata se non dall’artista che la genera.

In tal senso l’arte di Goya in questo biennio, seppur nutrita da un alto grado relazionale, é asociale per differenziazione cognitiva, é comunicazione esperienziale e polisensoriale che accoglie solo l’interlocutore coraggioso (ci vuole coraggio per leggere le pitture nere), volenteroso di percorrere l’animo più razionale e antiscenico dell’artista.

Se vogliamo cambiare le cose, se vogliamo migliorarci, se vogliamo davvero allora dobbiamo agire.

Qualsiasi azione sana che ci apprestiamo a compiere porterà benefici a noi e a chi crede in noi. Concordi? Ne sei consapevole? Lo vuoi?

Alzati e inizia a cambiare quello che non ti piace.

Essere consapevoli è utile. Agire è necessario.

Hurt é stata composta dai Nine Inch Nails nel 1994 e ripresentata, tra gli altri, da Johnny Cash nel 2003.

Quella di Cash è la riproposta vocale di un testo che è, per composizione e scopo, poesia funzionale al ricordo. Hurt rappresenta il manifesto conclusivo di una vita che poteva essere migliorata, una dichiarazione di colpevolezza che ripercorre le strade della memoria.

Indosso questa corona di spine / seduto sul mio trono di bugiardo / colmo di pensieri rotti / che non posso aggiustare.

Mentre canta questa strofa Cash è seduto davvero sulla poltrona della sua casa natale a Nashville, trasformata prima in museo e poi lasciata in completo stato di abbandono. La scelta non è casuale.

Ascolto la canzone, guardo il video e scelgo un’altra chiave di lettura. Voglio riflettere sulle opportunità che la vita ci concede, perché le opportunità arrivano e a noi non resta che riconoscerle e utilizzarle al meglio.

Riflettere sul “Se potessi ricominciare” significa già ricominciare, mettere un punto e continuare a guardare avanti, ricucire le ferite e guardarle guarire. Le cicatrici rappresenteranno i segni del nostro coraggio e della nostra determinazione.

Voler ricominciare significa credere in se stessi, riguardare il mondo a colori, con occhi rigenerati, e perché no, un mondo dai colori così saturi e contrasti, così come voluti da Cash, da essere solo nostro.

Ricominciare e seppur feriti ancora vivi e con la volontà di guardare avanti.

Una marca non solo da guardare ma soprattutto da toccare.

Creare fisicità di marca significa dargli corpo, sostanza; costruire quei presupposti che possano rendere il brand palpabile.

Le aziende di produzione hanno maggiore predisposizione a creare delle buone marche palpabili. Posso toccare Mercedes-Benz, Caterpillar, Ceres, Barilla e così via. A tal proposito il prodotto si interpone tra il richiedente e l’offerente creando uno squilibrio sensoriale. Il valore tangibile del prodotto ha maggiore peso del valore intangibile della marca.

Le aziende di servizi fanno maggiore difficoltà a comunicare fisicità di marca, ma quando ci riescono, possono essere in grado d’instaurare legami a lungo termine.

I brand di prodotto creano attrattiva. I brand di servizi empatia.

La proposta immateriale del servizio favorisce l’interconnessione umana equilibrando i rapporti tra le persone. Nessuna distrazione. Nell’offerta dei servizi ci si guarda negli occhi, si instaura una partnership che è fisicamente e ideologicamente palpabile.

Non voglio essere migliore di nessuno.

Anche da ragazzo, a scuola, non ho mai sopportato le classifiche e oggi preferisco il giudizio ai voti.

Migliorare e non essere migliori. Preferisco scegliere le qualità della persona, piuttosto che confrontarne le competenze.

In Crearts ho scelto le persone che concorrono al miglioramento delle capacità intellettive, relazionali ed empatiche.

In Crearts sono stato scelto perché l’onestà emotiva concorre al miglioramento di quella intellettiva.

Credo nelle partnership pure, in quelle interazioni silenziose fatte di sguardi che si incrociano. Da questo punto, è possibile dirsi tutto.

L’imprevedibile non l’imprevisto.

Nel marketing strategico possiamo pianificare, organizzare e prevedere, sopperire all’imprevisto ma non all’imprevedibile.

L’imprevisto é negativo, lascia l’amaro in bocca, rompe i piani e ostacola il successo. L’imprevedibile é l’inaspettato e non il disatteso. L’imprevedibile non delude le aspettative, al contrario, le enfatizza.

L’imprevedibile è il risultato positivo e crescente del moto casuale di tre interazioni: apprezzamento, esperienza e coinvolgimento. La combinazione di questi elementi genera quello che Kotler definisce “momento WOW”.

Il momento WOW non è casuale, è una strategia di marca ben pianificata che genera sorpresa e meraviglia. Di che intensità è la sorpresa dei tuoi clienti quando vivono il tuo prodotto o il tuo servizio?

L’intensità del risultato esperienziale è tanto imprevedibile quanto meravigliosa e personale.

Lavora sulle singole emozioni. Il successo del tuo lavoro è la “produzione artigianale” di sentimenti positivi.

Sii sorprendente. Sii differente. Sii insostituibile. Pianifica l’imprevedibile.


Immagine in evidenza: Salvador Dalì, Mercato di schiavi con busto di Voltaire, 1940.
Dipingo immagini che mi riempiono di gioia, che creo con assoluta naturalezza, senza la minima preoccupazione per l'estetica, faccio cose che mi ispirano un'emozione profonda e tento di dipingerle con onestà.

La creatività è un’esigenza.

Lo sanno bene gli artisti, i creativi in genere, ma anche gli imprenditori. Cos’è un’azienda se non un progetto imprenditoriale che nasce dall’intuizione creativa? E come riesce a crescere e a rigenerarsi se non attraverso stimoli emotivi e idee nuove?

Antonio Damasio, ne “L’errore di Cartesio”, spiega che non siamo macchine pensanti che si emozionano, ma macchine emotive che pensano.

Che tu sia un pubblicitario, un comunicatore, un consulente, un’artista, uno scrittore, un manager o un imprenditore, il tuo progetto è la tua creatura e in quanto tale è dotata di sentimenti.

Il sentimento non è solo parte integrante del modo di operare della ragione, ne è il completamento, la condizione necessaria per il successo del tuo progetto.

Tu chiamalo anche creatività.


Immagine in evidenza: Paul Klee, Castello e sole, 1928
Paul Klee è l'artista che meglio ha studiato l'atto creativo come rappresentazione libera e profonda delle idee che prendono forma. Il suo è uno studio minuzioso e oggettivo della realtà, vista con lo sguardo innocente di chi vuole scoprire, capire e sorprendersi. Per Paul Klee l'arte e la vita entrano in simbiosi attraverso un gioco di colori e forme, che accettano il meraviglioso come valore universale per il benessere personale e collettivo.

Il tuo obiettivo non è essere perfetto, ma insostituibile.

Il principio di insostituibilitá deve essere il motivo per il quale strutturare la tua strategia di comunicazione.

Per essere insostituibile devi porti fuori dall’ordinario, creare personalità e riconoscibilità; elementi questi che si pongono a garanzia del tuo operato.

In considerazione delle logiche del branding, la scelta di lavorare con una strategia proiettata alla garanzia di marca presenta numerosi vantaggi per la crescita aziendale, in quanto crea quella differenziazione e quella unicità che difficilmente si riscontra nel competitor, seppur più grande e organizzato.

L’unicità non prevede né competizione né scelta. E’ più semplice – e più giusto – essere unici e insostituibili che essere migliori; e per il sicuro successo della tua marca, dove possibile straordinari.


Immagine in evidenza Pablo Picasso, Guernica 1937

Il fine dell’arte non è ne il bene ne il male, non è ne l’utile ne l’inutile. La pittura é il dipingere, nient’altro.

Pablo Picasso é di questo pensiero fino al 1937, data del bombardamento della città di Guernica e della realizzazione di Guernica, opera che segna il suo cambiamento concettuale alla pittura. Guernica è straordinariamente oggettiva, è la documentazione del sentire dell'umanità verso l'odio dell'uomo. Nessuna protesta, nessun sentimento soggettivo. Guernica non è lo sdegno del pittore verso i risultati orribili della guerra, ma vuole essere una fotografia fredda e oggettiva dei fatti.

Guardando una riproduzione di Guernica, un ufficiale tedesco avrebbe chiesto a Picasso: «Questo l’ha fatto lei?». E Pablo: «No, l’avete fatto voi»

Non mi piacciono i primi della classe, quelli che credono di sapere tutto e meglio, quelli che vogliono essere esclusivi.

In passato i clienti erano facilmente influenzabili dalle campagne pubblicitarie unidirezionali e le aziende offerenti poche attente ad ascoltare i reali bisogni – o i desideri – di quelle acquirenti.

Oggi un’efficace offerta dei servizi è inclusiva, ossia si modella sulle esigenze del singolo, con il quale instaurare una partnership bidirezionale autentica e trasparente – una strategia imprenditoriale che funziona perché partecipa alla crescita finanziaria dell’azienda.

Nel marketing industriale comunicare esclusività significa non comunicare. La comunicazione prevede interazione, coinvolgimento e soprattutto quel rapporto peer-to-peer che necessità di umiltà.


Immagine in evidenza: Alberto Giacometti, Guggenheim Museum, New York.
L'opera di Alberto Giacometti racconta dell'uomo, della fragilità che è sempre forza, sostanza. Per l'artista l’essenza dell’individuo perdura anche quando il corpo sembra svanire. Siamo esseri senzienti oltre ogni fisicità.
Per Giacometti l'umiltà è il valore più potente dell'uomo.

Preservare i valori lasciati in eredità.

Ho perso mio padre da poco. Farò l’impossibile per fare tesoro dei suoi insegnamenti. Quello che sono oggi, il meglio che riesco a tirare fuori, è il frutto della pazienza, delle sgridate, dei consigli che questo grande uomo ha voluto trasmettermi.

Non sono stato un figlio facile da gestire. Ammetto di averlo fatto penare da giovane, ma il connubio che ci univa é sempre stato unico, affascinante, meraviglioso. Da mio padre ho imparato che è importante dare sempre e comunque una nuova opportunità.

Concedere opportunità significa fidarsi, amare, essere sicuri che nell’altro ci sia del buono.

Non conoscerai mai abbastanza il tuo cliente se non cerchi di capire i suoi desideri anticipandone i bisogni.

Continuo ad ascoltare che l’acquirente B2B vuole spendere il meno possibile, che la valutazione del costo ne riflette il bisogno primario. Non è così!

Il bisogno primario risiede nell’esperienza del contatto, nella pratica conoscitiva e confidenziale. Se instauro con il mio cliente un rapporto di partnership basato sulla fiducia non gli invio un preventivo ma idee che possano potenziare il suo business.

Immagine in evidenza: MoMa -  Henri Matisse, La Danse 1 (1909), olio su tela, 259.7×390.1 cm F
Il mio obiettivo è rappresentare un'arte equilibrata e pura, un'arte che non inquieti né turbi. Desidero che l'uomo stanco, oberato e sfinito ritrovi davanti ai miei quadri la pace e la tranquillità.
Henri Matisse

Acquisire riconoscibilità e reputazione significa riuscire a mantenere vivi e durevoli nel tempo i rapporti di partnership con clienti e fornitori.

Durante un importante meeting, tenutosi a Sorrento nel giugno del 2018, ho strutturato lo speech di un mio cliente con lo scopo di presentare i servizi innovativi mediante un approccio confidenziale con il pubblico in sala.

“Benvenuti, da noi valgono ancora le strette di mano”: questa è stata la dichiarazione che ha anticipato il video di presentazione del servizio.

Essere vicini al proprio cliente, toccarlo con mano significa proiettare l’interlocutore verso una dimensione relazionale che è tipica di tutte quelle aziende – e sono sempre di più – che considerano l’empatia e il feeling valori indispensabili per il potenziamento del business.

La riconoscibilità è sapere che quando hai bisogno – o quando desideri – un prodotto o un servizio, quel prodotto e quel servizio é dotato di occhi da guardare e mani da stringere con soddisfazione.

Immagine in evidenza: interno del MoMa, opera a destra Pablo Picasso "Les demoiselles d’Avignon"  1906/1907. 
L'opera di Picasso diviene riconoscibile per differenziazione stilistica; e quest'opera nasce dalla volontà dell'artista di fare propria tutta l'arte visiva: da quella egiziana a quella africana, dallo stile Tiziano a quello di Ingres e Caravaggio.

E che ci vuole, questo quadro lo so fare pure io.

Ti é mai capitato di vedere un quadro di Pollock, di Malevic o di Mondrian ad esempio e pronunciare la frase sopra?

Capita a molti.

I dipinti di questi artisti possono sembrare banali, ma non lo sono affatto. Pensa che l’action panting di Pollock ad esempio é razionale e matematico. I suoi gesti seguono un ordine cromatico ed equilibrato. Ricerca, studio e pratica la fanno da padrone.

É possibile replicare l’opera di Pollock ma sarà esclusivamente un plagio, un artefatto, una simulazione dell’originale. L’opera di Pollock é unica perché brandizzata. Per chi si imbatte nella sua ricerca comunicativa riuscirà solo a crearne un clone estetico.

Fai della tua azienda una marca unica e concettualmente irripetibile. Sii unico.

Jackson Pollock, 1950 (44.5 x 56.6 cm)
In un precedente articolo scrivevo:

... Pollock fa suo il sentire di una generazione che in Europa vive gli anni del nazismo, crea e definisce uno status sociale, conclama, attraverso la propria esperienza individuale e controcorrente, una pittura prettamente america, o meglio da vita alla pittura autenticamente americana.

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Nessuna competizione, aspiro ad essere insostituibile.

Le aziende B2B hanno – in media – un basso appeal e, altamente competitivi, crescono con una limitata predisposizione ad essere raccomandati.

Il cliente, nella gran parte dei casi, in fase di acquisizione di un nuovo partner, concentra la propria scelta nella comparazione dei costi, selezionando il fornitore con il miglior rapporto qualità/prezzo.

Ma é sempre così?

Oggi molte aziende produttrici hanno capito che i margini di vendita risiedono in un servizio di qualità ricevuto al prezzo giusto e offerto da quel partner che vuole – e deve – essere unico e insostituibile.


Immagine in evidenza: Notte stellata, Vincent Van Gogh 1889.

Insostituibile per Van Gogh é, nel suo significato più profondo, l'esigenza di dipingere.
"Con un quadro vorrei poter esprimere qualcosa di commovente come una musica. Vorrei dipingere uomini e donne con un non so che di eterno, di cui un tempo era simbolo l’aureola, e che noi cerchiamo di rendere con lo stesso raggiare, con la vibrazione dei colori."
(Vincent Van Gogh, Arles, 3 settembre 1888)

Porsi fuori dall’ordinario.

Nel 2003 Seth Godin scrive “La mucca viola”, un libro dal titolo curioso quanto interessante, che pone interrogativi – anticipandone le attuali certezze – sugli aspetti più convincenti del marketing contemporaneo. In estrema sintesi, secondo Godin, il successo commerciale del prodotto, del servizio o della marca che lo commercializza risiede nella sua straordinarietà, ossia nella volontà di porsi in luce rispetto agli altri grazie a specifiche capacità che lo rendono interessante per differenziazione.

Ciò non significa dimostrare di essere migliori del proprio competitor, ma comprendere e far comprendere in cosa si riesce meglio.

Siate straordinariamente differenti.

In evidenza Manet, "Colazione sull'erba" 1863

Manet é involontariamente straordinario e questo dipinto ne afferma la consapevolezza. Perchè? Escludendo lo stile pittorico, per niente accademico, i personaggi ritratti e l'ambientazione sono una fotografia del tempo allora presente. Il dipinto fu accolto da un conclamato scandalo*. E pensare che Manet voleva solo dimostrare di essere all'altezza degli artisti accademici, senza aver ancora consapevolezza che era - ed è - molto di più.

*"Lo scandalo, infatti, non nasceva dalla scelta del tema, bensì dal fatto che la presenza della giovinetta nuda accanto ai due uomini vestiti non fosse giustificata da alcun pretesto mitologico, storico o letterario. La donna raffigurata da Manet non è una ninfa, o un personaggio mitologico, bensì è clamorosamente una parigina del tempo. A rincarare la dose neanche i suoi due compagni erano camuffati in paludamenti storici: ad abbigliarli non erano infatti abiti classici, o magari vesti rinascimentali, bensì «gli orribili costumi moderni francesi», come osservò disgustato il critico Hamilton"

Essere inclusivi non significa essere simili, ma convivere in armonia nonostante le differenze. Kotler

Sin dal primo incontro con il management PNP, si è rilevata la volontà di voler creare e poi divulgare una nuova idea di network nata dalle logiche della comune, intesa come un insieme di entità – in questo caso aziendali – che, mantenendo una propria riconoscibilità individuale, partecipano al benessere proprio e altrui.

Niente di nuovo? Beh c’è dell’altro.

PNP si propone oggi come il network di servizi dinamico e malleabile, forte di un’identità italiana ben definita, dove l’intuizione di un singolo si sposa con la creazione pratica e partecipativa. Pensala come un solido blocco di marmo che si presta ad essere lavorato da più scultori che, seppur formati da diverse esperienze e stili, operano per il comune risultato.

Michelangelo affermava che il marmo scelto per essere lavorato, non è altro che l’involucro nel quale risiede l’opera scultorea; il suo dovere era eliminare il superfluo, liberare l’idea creativa, ubbidire all’intelletto.

PNP ubbidisce ad un’idea emozionalmente razionale: una persona (con la sua azienda) può lavorare da sola e raggiunge ottimi risultati, due persone delineano un incontro, tre e più inaugurano uno spazio nel quale dare vita ad un progetto di crescita comune. Questa è la nuova idea di network intelligente che PNP si avvia ad affermare. Gli associati – non li chiamare affiliati o concessionari – lavorano con la consapevolezza che in PNP non esistono dimensioni o posizioni aziendali differenti, nel senso che non assisteremo al dominio ideologico di una singola azienda sulle altre, ne alla valorizzazione di una persona a discapito di altre.

Conosci altri network che operano similmente?

L’invito di PNP é coltivare la co-creazione, nella quale la competizione muta in coopetizione, l’unica chiave per una proposta di successo, accettata da questo mercato sempre più inclusivo e orizzontale.

Niall Fitzgerald, direttore generale di Unilever, nel 2001 afferma che esiste un enorme divario tra le esigenze di comunicazione delle aziende e ciò che le agenzie di comunicazione riescono a far bene.

Unilever é uno dei tanti brand che ha focalizzato gli interventi di marketing sui processi di valorizzazione della marca. Con il progetto l’Unilever Sustainable Living Plan, annunciando una nuova visione di business,

Insieme possiamo cambiare il modo di fare business in tutto il mondo […] l’obiettivo di costruire un’azienda di cui il mondo potesse essere fiero …

ha proiettato la percezione della marca, mediante i valori di moralità e integrità sociale, verso il lato più umano del brand.

E’ possibile affermare con certezza che il branding é una disciplina che va ben oltre la comunicazione delle differenze di un prodotto o di un servizio o della realizzazione dell’identità visiva di un’azienda.

Chi si occupa di branding deve offrire soluzioni, da monitorare ed eventualmente correggere, che nascono da una profonda conoscenza dell’azienda/cliente e del mercato.

Dove indirizzare la scelta quindi? Si protende verso un’agenzia di pubblicità o verso un’agenzia di brand consulting?

La Crearts si presenta oggi, per competenze differenti e divergenti e per struttura organizzativa, come la brand agency B2B che riesce a mettere in campo un approccio combinato delle due formule.

Ogni strategia di marca verte verso un approccio olistico, dove il piano di comunicazione, strutturato per accettare i cambiamenti nel tempo, prevede analisi e verifiche periodiche.

Nella fase di programmazione di una strategia di marca, la definizione dei ruoli, interni ed esterni all’agenzia, occupa una posizione primaria. Molti clienti commettono l’errore di trascurare o omettere la propria partecipazione. É importante che i principali dirigenti aziendali: il direttore generale, il direttore marketing – in aziende familiari la stessa proprietà – partecipi in maniera attiva in tutte le fasi della costruzione della marca.

Nutro enorme rispetto verso qualsiasi persona con la quale mi confronto. Come scrivevo in questo precedente post, indipendentemente dalla professione che occupa, dal livello culturale, dalla capacità di espressione verbale e comportamentale, della persona con la quale mi relaziono, faccio attenzione principalmente ai valori positivi che riesce a trasmettermi e farli propri.

Fatto sta che non permetto a nessuno di fare il mio lavoro, di occupare il mio posto, di colonizzare quello spazio che continuo a sudarmi con impegno e perseveranza. Questa è una delle poche regole da rispettare per chi sceglie Crearts quale brand agency di riferimento. Non si tratta di una questione di ruoli, sia chiaro, ma di posizioni assunte all’interno di un programma di lavoro, che seppur aperte al confronto, per funzionare non possono accettare riposizioni.

Il rispetto delle qualità relazionali è un aspetto fondamentale, non accetto nessun Piero Soderini* del caso, contrariamente e diversamente da Michelangelo Buonarroti – ricordo, – sono pronto a girarmi in silenzio dall’altra parte.

Immagine in evidenza: Michelangelo Buonarroti, Davide, 1501 

*Si racconta che il gonfaloniere della Repubblica Piero Soderini decise di far visita all’artista per controllare l’andamento dei lavori. Soderini, un po’ per vanità, un po’ per arroganza, disse che il naso del David gli sembrava troppo grande e che se lo scultore lo avesse ridotto un po’ l’opera sarebbe certamente divenuta ancora più bella. Nonostante il suo leggendario caratteraccio, Michelangelo scelse la via della diplomazia. Ma prima di salire sulla scala, nel raccogliere lo scalpello di terra nascose in mano anche una manciata di frammenti e polvere di marmo. Raggiunta la testa dell’opera, avvicinò le mani al naso e cominciò a far finta di scalpellarlo, facendo cadere a terra i pezzettini di marmo precedentemente raccolti. Una volta ultimato il finto intervento, si rivolse nuovamente a Soderini, chiedendogli se adesso il naso avesse o meno delle dimensioni accettabili. Il gonfaloniere, caduto nell’inganno, affermò che, grazie alla sua acuta osservazione, l’opera aveva finalmente raggiunto la perfezione sperata.

Immagina la tua azienda – o quella per la quale lavori – come se fosse una bella donna.

Per qualsivoglia incontro, (la donna) indossa un bel vestito, cura il suo make up, probabilmente fa visita al suo hair stylist di fiducia, insomma: si prepara ad essere pronta per l’occasione.

Immagina adesso di organizzare un evento per la tua azienda: un meeting, un briefing, anche un evento apparentemente minore. Come una bella donna, l’azienda che rappresenti dev’essere pronta per l’occasione; ciò vuol dire conoscere gli ospiti, accoglierli e facilitarne il percorso alla sala, curare gli interventi, ossia pianificare e organizzare senza lasciare nulla al caso, perché è anche in queste occasioni che si nasconde il rischio di bucare la reputazione del brand che rappresenti e di conseguenza la tua.

Proteggere la reputazione dell’azienda rappresentata é una priorità per tutti coloro che fanno parte della famiglia aziendale. Il mio collega e amico Luigi Mozzillo su mozzillo.com afferma che tutti, consciamente e non, comunichiamo e che dovremmo sapere come farlo. In questo post ci racconta:

La settimana scorsa mi trovavo fermo in auto in attesa che un’area di sosta si liberasse e mi fosse possibile parcheggiare, segnalando il mio intento con le quattro frecce attive e la retromarcia innestata. Un motociclista, non appena l’altra ha sbloccato l’accesso alle strisce, si è apprestato arrogantemente ad occupare il mio posto.Il centauro in t-shirt è sceso dallo scooterone, ha gesticolato qualcosa nei miei confronti come risposta alla suonatina di clacson ed è entrato nella tabaccheria di fronte. L’uomo aveva stampato sul petto, in bella evidenza, il logo di un’azienda nostra cliente. Ne era, visibilmente, un dipendente. Lo scooterista tabagista, in un momento di crisi d’astinenza da nicotina e chiaramente in ritardo per l’ufficio, nei miei confronti – di potenziale cliente – ha messo irresponsabilmente a rischio la considerazione dell’azienda per la quale lavora.

In ambito professionale, anche in un personale ritaglio di tempo, il linguaggio scelto, sia esso verbale, testuale o comportamentale, comunica la qualità visiva, verbale e comportamentale dell’azienda che rappresentiamo. Come ambasciatori di marca, è necessario curare con attenzione i rapporti diretti e indiretti, siano essi pubblici o privati, in quanto il nostro interlocutore, visibile o no ai nostri occhi, è sempre testimone e relatore delle nostre qualità relazionali.

Immagine in evidenza: Norman Rockwell, The Gossips, 1948

La lealtà é una virtù indispensabile per qualsiasi rapporto relazionale.

Ogni uomo e donna che si rispetti é leale verso il proprio partner, il proprio figlio, amico e, perché no, anche verso il proprio animale da compagnia.

La lealtà è necessaria per qualsiasi rapporto di business. Prima che la moneta monopolizzasse i rapporti commerciali, il baratto conservava quella lealtà personale e professionale costruita attraverso quel valore di equivalenza dove, lo scambio dei prodotti, era siglato con la stretta di mano.

Ancora oggi, nell’estremità orientale della Nuova Guinea, è vivo il Kula, una forma di scambio tribale che prende forma nella donazione richiesta dall’uomo (di solito il capo villaggio) chi si presenta, dopo anche centinaia di chilometri percorsi in canoa, nel villaggio scelto. Qui chiede di ricevere il Mwali come segno di apertura verso un’amicizia commerciale, una partnership che può essere tramandata di padre in figlio. Il mwali o il soulava, a dimostrazione dell’autenticità dell’uomo e delle proprie azioni, rappresentano un impegno preso, la materializzazione di una lealtà condivisa, il baratto immateriale della fiducia concessa a chi riceve e della lealtà chiesta a chi è pronto a donare.

In tal senso fiducia e lealtà hanno equivalente valore – la bilancia della partnership è in equilibrio.

Offerta e accettazione fanno parte di quelle caratteristiche di reciprocità che vede il dare e il ricevere come autentiche azioni di condivisione. La fiducia stabilita da entrambi le parti prende vita quando le stesse, in fase di contrattazione, sono autenticamente leali; lealtà questa che dev’essere mantenuta e dimostrata nella messa in atto degli impegni assunti nella fase su citata.

Tra le varie attività consulenziali che svolgo, trovo interessante e motivo di studio – e quindi di miglioramento – le varie fasi di contrattazione, siano esse quelle destinate all’acquisizione di un nuovo cliente che quelle destinate alla fidelizzazione del partner, o tutte quelle che concorrono alla definizione delle strategie da mettere in campo per le azioni di marketing o di branding. In queste fasi è possibile conoscersi di più, percepire gli stadi più profondi della personalità relazionale del tuo interlocutore, apprezzarne l’autenticità o disprezzarne la falsità (si, capita molto spesso). Tengo conto di quanto mi viene detto e sopratutto di quanto non viene detto, faccio attenzione alle cadenze vocali e alle espressioni facciali e al linguaggio del corpo. Ponendo la giusta attenzione, quest’ultimo è da tenere sempre in considerazione.

I rapporti poco autentici non mi interessano. Sono leale con i miei clienti, i miei partner e i miei amici e mi aspetto lo stesso trattamento. Continuo a relazionarmi quindi, con perseveranza e passione, con i clienti che collaboro da anni. Per quelli ancora in fase di contrattazione conoscitiva mi aspetto lealtà e autenticità, in caso contrario sono pronto a girarmi dall’altra parte.

Immagine in evidenza: Marina Abramovic, artist is present, 2012, Moma, New York.

Non approvo la comunicazione di quelle aziende apparentemente perfette o inclini ad una falsa perfezione. Preferisco una comunicazione sincera e leale alla propaganda autoreferenziale. Preferisco che mio figlio, ad esempio, non eccella in tutte le materie scolastiche, ma solo in quelle nelle quali in lui si accende il reale interesse, la vera passione.

Non é realmente possibile che l’azienda di trasporti ad esempio, eccella nelle attività di trasporto, logistica e distribuzione. Il cliente deve poter accogliere l’elemento differenziante che veicola la scelta di una rispetto all’altra.

Sono i reali valori di differenziazione la chiave da utilizzare per creare riconoscibilità e reputazione. Per molti Tgroup é il corriere espresso pallettizzato che riesce a consegnare la tua merce entro le 24 ore nel 70% delle province italiane. Se vuoi che la tua merce arrivi il giorno dopo il ritiro contatta pure la Tgroup.

West é il piccolo distributore specializzato nella consegna di prodotti vinicoli tra Benevento e Avellino. Se sei un piccolo viticoltore e necessiti di un rapporto diretto e confidenziale West é la risposta ai tuoi bisogni.

TN Service é in Italia una delle poche officine autorizzate Mercedes Benz con assistenza, recupero e sostituzione del mezzo 24 ore su 24 365 giorni l’anno e Zoomac é l’azienda della famiglia Tamburrino: con Zoomac l’azienda zootecnica non rimarrà mai ferma.

Crearts é la brand agency B2B specializzata in progetti di comunicazione per medie e grandi aziende che operano nel settore trasporti e logistica. Torello é tra i leader che offre una pianificazione strategica internazionale che unisce trasporto sostenibile, logistica integrata e distribuzione locale.

Constantinos Markides della London Business School afferma che essere migliori é più difficile, significa riconcorrere la perfezione e combattere la concorrenza; mentre essere diversi é meno arduo e più costruttivo.

E tu? 😉 Desideri una personalità perfetta, accettando di essere simile a chi desidera lo stesso, o preferisci differenziarti, con i tuoi pregi e i tuoi difetti da amare, accettare e correggere?

Mi considero un solitario, mi piace stare con me stesso, riflettere sui miei progetti familiari e lavorativi. Sia chiaro!, non escludo il piacere di stare in compagnia – chi mi conosce lo sa bene – ma di quella “di passaggio” o poco costruttiva preferisco quella ben selezionata.

Leggevo in questi giorni, con interesse e soddisfazione, che le persone solitarie acquisiscono nel tempo una serie di caratteristiche utili alle relazioni. L’apertura mentale verso percorsi inesplorati, l’equilibrio giusto per poter stare bene da sole, consapevoli di poter conoscere se stessi anche per riuscire a star bene con gli altri, il valore che danno al tempo e l’empatia che riescono a generare nel dare e ricevere emozioni. Caratteristiche queste che cerco, condivido e utilizzo nei progetti di comunicazione a valore aggiunto messi in campo per le aziende B2B con le quali lavoro.

Con la pubblicazione del terzo spot della campagna “Strategia che incontrano il futuro” realizzato per il Gruppo Torello, si chiude un progetto di comunicazione avviato nel marzo del 2016. L’obiettivo? Destinare il messaggio a tutti coloro che partecipano alla costruzione della filiera alimentare: cliente, partner/competitor, collaboratore. Il messaggio? Prepararsi oggi ad essere presenti in un futuro da guardare negli occhi con coraggio, speranza e ottimismo.

Questo lavoro, costruito sull’approccio relazionale tra il brand e l’interlocutore, pronto ad accogliere o a respingere, prevede la messa in campo di una comunicazione che non deve escludere ne le peculiarità distintive positive ne quelle imperfezioni utili alla riconoscibilità del brand promosso.

Conoscere l’azienda per la quale si lavora, capire i bisogni e le criticità, significa acquisire quelle nozioni utili ad una comunicazione relazionale leale e sincera.

Non esiste l’azienda perfetta così come non esiste l’uomo e la donna perfetta – ognuno di noi é amato anche con (o grazie) le proprie imperfezioni – così come non esiste il bambino perfetto, ammenoché il bambino non sia David di AI, che, come Pinocchio, persevera nel sogno di diventare un bambino umano, con tutte le sue imperfezioni, purché possa essere amato dalla mamma che lo adotta.

Sono soprattutto le nostre imperfezioni, le nostre diversità a renderci unici; in caso contrario saremmo simili a dei perfetti replicanti, come i centinaia di Mecha che David scopre come copie di se stesso già inscatolate e pronte alla vendita.

Sono imperfette e uniche le pennellate sgrammaticate di Van Gogh, il dripping di Pollock, i volti del periodo blu di Picasso, l’arte degenerata, autentica e leale, che combatte contro la perfetta propaganda dell’arte nazista. Perfino la Gioconda di Leonardo da Vinci, i non finiti e i dipinti della cappella Sistina di Michelangelo non sono perfetti.

Le nostre imperfezioni umane sono perfette per essere amate.

Su questi canoni il gruppo Torello accetta di condividere i propri valori attraverso la 3° generazione, scelta per presentare all’nterlocutore il volto di un gruppo amabilmente autentico che a mio avviso, nella continua ricerca del miglioramento dei servizi, non vuole la perfezione assoluta.

Immagine in evidenza: Kazimir Severinovič Malevič, quadrato rosso, 1915.

La crescita professionale e direttamente collegata a quella personale. Indipendentemente da chi ho di fronte, la mia prima valutazione si focalizza sulla persona, sui valori che riesce a trasmettermi: la condivisione di idee, la gratificazione di aver fatto bene, la consapevolezza del significato di appartenenza; sono anche questi i valori che nutrono e accrescono il professionista.

Condividere le nostre idee significa sapere di appartenere ad un insieme di persone dalle quali possiamo ricevere approvazione, conferme, certezze, consensi, una pacca sulla spalla che possa rinforzare la nostra autostima. Tutti ne abbiamo bisogno, nessuno escluso.

Cosa sono io oggi? Professionalmente cosa rappresento e per chi lo rappresento?

Penso che la maggior parte delle professioni hanno necessariamente bisogno di consensi che la attestino. Non posso essere un autista se non possiedo la patente; non posso essere un architetto se non ho la laurea in architettura; non posso essere un falegname se non ho mai realizzato un oggetto di legno funzionale allo scopo; non posso essere un imprenditore se non ho mai costruito un’attività che offre servizi o prodotti utili alla collettività.

Tutte le professioni hanno bisogno di essere vidimate, tranne una: l’artista, tale per autoproclamazione.

In un articolo precedente scrivevo:

Con le pitture nere, Goya dipinge per se stesso, non immagina un pubblico, non lo vuole e non gli interessa. Non vuole comunicare con nessuno se non con se stesso. … Un’arte, la sua, che non ha bisogno di consensi, che non ha bisogno di essere valutata se non dall’artista che la genera.

Nel 2006 la Saatchi Gallery, famosa per Sensation, la mostra che proclama la nascita delle principali correnti artistiche degli anni 90, apre su saatchigallery.com “your work”: una piattaforma web nella quale qualsiasi persona, inserendo biografia e immagini del proprio lavoro d’artista, creare una pagina personale . Al progetto partecipano più di settantamila persone, che autodesignatosi artisti contribuiscono alla creazione di questo evento mediatico-culturale senza precedenti.

Perniola in Arte espansa scrive

Si é artisti perché si è consapevoli di essere tali. Lo statuto di artista si basa su uno status di autodesignazione esplicita. In altre parole, io sono artista non perché una o più persone qualificate in questo campo mi giudicano tale, ma perché mi autonomino in questo modo. Non c’è bisogno di nessuna investitura esterna che mi distingua da un imbianchino o da un imbrattatele.

Quindi, se l’artista deve dar conto solo a se stesso, in che modo solidifica il proprio percorso professionale? In chi trova la conferma di aver fatto bene e lo stato di gratificazione utile alla crescita?

Penso che queste risposte siano da ricercare nell’atto creativo dell’opera e nella gratificazione del risultato finale. In essa l’artista rivive se stesso, una sorta di specchio con il quale interrogarsi.

Sono convinto che questa sorta di astrazione sia utile sia alla rappresentazione del se che alla crescita personale e professionale del singolo visto nella collettività.

Ho voluto trasferire questa valutazione all’interno della mia vita personale e professionale. Da questo punto di vista tutti possiamo essere artisti. É necessario determinazione e perseveranza nella ricerca del proprio spazio costruito all’interno del proprio progetto di vita, familiare e imprenditoriale. Non voglio sperare di far bene ma voglio far bene.

Un invito a specchiarsi nel proprio lavoro, nella propria famiglia, a guardarsi con gli occhi di chi ci ama.

L’effetto sorpresa sarà stupendo.

Immagine in evidenza: Mimmo Paladino, Senza titolo, 1995. Collezione Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina, Napoli. Foto © Amedeo Benestante. (immagine prelevata da madrenapoli.it)

“Provate, andate là, a Positano, voi che non sopportate il nazismo e potete andare solo in Italia, oggi amica della Germania”.

Questo é un ricordo di Bruno Marquardt, pittore tedesco che soggiornò, negli anni bui del nazismo, a Positano. Era il tempo che anticipava la lotta culturale e sociale tra il nazismo e quell’arte apolitica e antinazista chiamata poi arte degenerata.

A Positano, a Ischia, a Palinuro e in gran parte del sud Italia, come Marquardt, trovano rifugio artisti, scrittori e poeti, uomini e donne che, in nome della libertà d’espressione, sono la resistenza all’oppressione fisica e psichica di Hitler.

In questi anni, nel sud di un’Italia povera e bellissima, troviamo chi, sapendo di non perdere nulla perché nulla possiede, progetta e costruisce il proprio futuro.

I frutti di quei progetti sono vivi e visibili nelle aziende che operano oggi. Aziende a carattere familiare che all’offerta dei servizi aggiunge umiltà, fiducia e rispetto verso dipendenti, fornitori e clienti.

Nitin Nohria, decano senior della Harvard Business School, ha dichiarato che per essere un buon leader é necessario essere umili. Ciò comporta la consapevolezza di conoscere i propri limiti ma anche le proprie competenze, la capacità di mettersi in discussione, valutare i consigli e apprezzare i contributi altrui, circondarsi di persone con capacità e competenze diverse perché il confronto arricchisce la persona è migliora il business.

In Tgroup puoi leggere: assumiamo persone intelligenti perché possano dirci come poter migliorare. Considero questi quei valori intangibili che fanno di un’azienda la famiglia di cui ogni dipendente vorrebbe far parte.

Penso che l’umiltà sia un dono concesso a tutti con facoltà di scelta. Bruno Marquardt ad esempio, viene ricordato da chi l’ha conosciuto a Positano, ( città dove ha vissuto per 60 anni fino alla sua morte) come una persona

“disponibile verso tutti, sempre umile e profondamente rispettoso, raffrontandosi allo stesso modo sia con un critico d’arte, un gallerista o un acquirente, così come con la famiglia Lucibello o i fratelli Grassi ambedue gestori del nolo d’imbarcazioni sulle spiagge di Positano, facendosi sempre dare del tu da tutti”.

Una grande virtù!

Così come considero splendidamente virtuosi Carmine Terracciano, padre di Antonio e Giuseppe, che riesce sempre, con la sua inconfondibile ironia, a strapparti un sorriso; Nicola Torello, padre di Umberto, Antonio e Concetta, persona che ha in serbo, sempre e per chiunque, un sorriso compiacente; Leopoldo Amendola, padre di Tommaso e Umberto, che seppur incontrato in una sola occasione, sono riuscito a percepirne l’immensa bontà.

Questi uomini sono accomunati dal rispetto per il prossimo, dall’amore per la famiglia e dall’affetto verso l’azienda che hanno concepito e che vedono crescere negli occhi dei loro figli. A noi non resta che essere testimoni di questo importante processo evolutivo, preservando il volto umile del business che oggi deve far scuola.

Foto: Anna Dell'Aversana

Tempo fa scrivevo di Jackson Pollock, su come alla fine degli anni 40 e gli inizi del 50, con il suo dripping, reinventando un fare pittura riconoscibile e differenziante, pone le basi per l’affermazione dell’artista brand.

Attraverso la sua pittura, eseguita per la prima volta con l’utilizzo delle vernici industriali, Pollock é il primo artista che inconsapevolmente separa l’atto creativo dal processo generativo dell’opera. Mediante la diversa disposizione del supporto dipinto e l’utilizzo di pigmenti liquidi, l’artista decide quando terminare il prorpio percorso creativo ma non quello conclusivo dell’opera: sarà il tempo a solidificare il pigmento e a stabilizzarne la struttura decidendone la nascita.

Il tempo, invisibile e prezioso, ci aiuta a plasmare, creare e capire. Chi mi conosce sa che sono affascinato dalle correlazioni apparentemente improbabili. Vado al dunque: cosa hanno in comune lo storico d’arte e il brand manager? Cosa hanno in comune il nuovo modus operandi di Pollock e il brand manager?

Nel primo caso, entrambi studiano, curano e storicizzano le competenze del proprio cliente. La cura dell’esposizione dell’operato sia dell’artista che dell’azienda, così come la valorizzazione del prodotto destinato alla vendita.

Pollock é il primo artista che assume, rispetto all’opera dipinta, una posizione differente rispetto a colui che la contemplerá terminata. Artista e fruitore, dinanzi al dipinto, occupano per la prima volta un spazio diverso.

Sono sicuro che ti sei trovato almeno una volta davanti ad un dipinto, una scultura o un’istallazione. La naturale posizione che si assume é quella frontale, centrale all’opera. In questa circostanza stai assumendo la stessa posizione dell’artista che ha creato il lavoro, come a disegnare una retta di cui il dipinto é il punto A e tu il punto B.

Con Pollock non é così. L’opera viene generata dall’alto verso il basso. Nel processo creativo l’artista si muove come a disegnare linee trasversali di cui il punto A é il supporto pittorico immobile e il punto B l’artista in continuo movimento dentro e fuori l’opera.

La posizione traversa è la stessa che assume Massimo Bignardi, storico e critico d’arte, nella lettura dell’opera d’arte: una naturale disposizione, scrive, sul lato destro di essa che gli permette di sbirciare da una posizione diversa rispetto a quella dell’artista per non rischiare di esserne affascinato.

Così come Massimo Bignardi suggerisce la giusta disposizione dello spazio che deve occupare il fruitore dell’opera d’arte,

… Una postazione di osservatore laterale, obliqua e non frontale, quel tanto che mi consente di non cadere nella rete della seduzione che ciascuna opera, dipinti, scultura o architettura lancia al nostro occhio interiore, come suggeriva Merleau-Ponty.

penso che un buon brand manager debba assumere, nei confronti del cliente e del lavoro per esso eseguito, quella giusta disposizione, fisica e psichica, che gli permette per l’appunto di sbirciare e farsi trovare.

Come Pollock il brand manager deve far proprio il progetto creativo-comunicativo, entrare all’interno dello spazio destinato alla comunicazione, plasmare il messaggio per poi uscire e valutarne i risultati. Rimanere disponibile per percepirne le lacune: punti inesplorati che aspettano di essere valorizzati.

Cosi come Pollock, il brand manager deve poter guardare dall’alto, operare con pathos ed energia per poi valutare l’insieme da lontano, in maniera analitica, così come vorrebbe essere, con uno sguardo traverso, anche per non rischiare di esserne “troppo” sedotto.

Chi non ha mai desiderato essere il primo, il più bravo, il primo della classe ad esempio, o il più veloce: il primo a tagliare il traguardo o ad accedere ai cancelli del concerto della tua sua band preferita. Il primo ad inventare un oggetto, un sistema di calcolo, una melodia al piano o il primo ad immaginare un nuovo modo di comunicare (confesso di essere invidioso di Richard Mutt).

Essere primi, arrivare primi di tutti, battere sul tempo anche il più bravo, necessita di intuizione e poi di impegno, di ricerca, di strategia e quindi di immaginazione.

L’immaginazione è la facoltà necessaria per “produrre la sintesi del diverso che l’intuizione afferra” (Bozal). L’intuzione in mancanza di specifiche necessità, per completarsi e mutare in conoscenza, deve appropriarsi della sua rappresentazione messa in moto dall’immaginazione. A sua volta l’immaginazione, per essere prodotta, dev’essere avviata da quelle capacità che solo l’intelletto possiede.

Questo concetto, espresso da Bozal ne “Il Gusto”, concerne soprattutto l’aspetto rappresentativo e interpretativo dell’immaginazione, quello nei quali i sensi nutrono il piacere di vedere, ascoltare e gustare. Nello specifico il piacere a cui mi riferisco è più vicino a quello di Addison, al piacere dell’immaginazione all’intuizione di un’idea vera e inesplorata. Uno spazio bianco su cui disegnare un progetto che è solo nostro e nel quale abbiamo fissato la nostra bandiera prima di tutti gli altri.

Arrivarci prima, trasformare quell’intuizione in un progetto che possa generare bellezza.

La scorsa settimana ho presenziato al progetto Mercitalia Fast, al quale hanno aderito Tgroup, L’interporto di Bologna, Leroy Merlin, Naturasì, Admenta e Logista: per la prima volta (al mondo dicono) le merci viaggeranno ad alta velocità. Chi ha il diritto di firma sulla prima intuizione?

La volontà di migliorasi, di innamorarsi nuovamente del proprio lavoro, di immaginare e concretizzare un qualcosa che prima non esisteva. Da imprenditore, consulente e artista penso che qualsiasi progetto che funzioni, sia esso imprenditoriale che interpretativo, riesce a nutrirsi di passione. La passione genera bellezza. La bellezza produce amore. L’amore, di qualsivoglia natura, ci aiuta ad essere persone migliori.

Immagine in evidenza: Pippo Rizzo, Treno-notturno-in-corsa, 1926

Il digitale ha modificato la nostra percezione di spazio contenitore.

Col termine hosting ad esempio si intende lo spazio web (il contenitore) nel quale risiedono, tra l’altro, in maniera ordinata i file di un sito da spostare, conservare o eliminare.

É di uso comune anche la definizione “entra nel mio profilo social per conoscermi di più …”, Considerando quindi quello spazio un’area nella quale entrare per acquisire informazioni concrete sul nostro modo di essere e di fare.

Di conseguenza il digitale ha anche modificato la nostra percezione di altro. Nel nostro spazio contenitore social conserviamo in maniera pubblica il nostro altro: alter ego di mondi digitali sempre più reali e ai limiti della sostituzione fisica.

Con l’ausilio dei nostri profili social sviluppiamo nuove realtà: specchi di una vita organica per altri sé; cloni che interagiscono con forme e modi estranei al nostro abituale modo di fare. Attraverso i social network siamo capaci di sfidare le nostre paure, i nostri dubbi, le nostre certezze, il nostro senso civico e i nostri valori culturali; consapevoli che non sono altro che il nostro duplicato: maschere da indossare in grado di modellare la nostra personalità digitale da utilizzare all’occorrenza.

Ci sono circostanze in cui attraverso il digitale ritroviamo noi stessi accomunandoci. E’ paradossale pensare che i social network ci rendono asociali quando in realtà sono l’unico strumento utilizzato durante i conflitti bellici, quelli religiosi o civili per informare e comunicare in tempo reale. I social uniscono lì dove la fede e l’odio divide. (e questo é un dato di fatto.)

Mentre scrivo penso ad Ensor, al suo “entrata di Cristo a Bruxelles”, un’opera di fine ottocento che per essere esposta ha dovuto attendere 50 anni; “Vive la Sociale”: troppo schietta, troppo vera, troppo sincera per essere accettata.

Pensa alle possibilità date oggi dai social. Oggi Ensor avrebbe pubblicato la sua ricerca su Instagram e forse l’avrebbe contestualizzata su Twitter.

La massa apparentemente anonima si fa beffa del Cristo che entra in città accompagnato dalla banda musicale. Ogni singolo personaggio di Ensor, unito in un insieme apparentemente caotico, é molto di più di una maschera grottesca o di un’espressione caricaturale volutamente pittoresca, rappresenta il sentire fine e sensibile dell’artista che vive una realtà sociale strumentalizzata e senza filtri. L’uomo indipendentemente dalla sua reale fisiognomica, (bello, brutto, cattivo, altruista, egoista, menefregista e chi più ne ha più ne metta) sceglie di essere più che di apparire, un “essere” che non è mai indifferente: personificazione questa e allo stesso tempo impersonificazione dell’utente digitale di questo secolo.

Una visione positivistica non ti pare?

Ho appena terminato di scrivere un articolo riguardo le pitture nere di Goya quali espressione asociale di un”arte per niente creativa.

Goya é uno dei pochi artisti che riesce a vincere i mostri del proprio subconscio. Da ultra settantenne, per due anni, li affronta estrapolandoli dalla propria coscienza per stamparli con forza, coraggio ed estrema lucidità sulle pareti interne della quinta del sordo.

Molti sono invece gli artisti che non c’è la fanno. L’ultima vittima dell’arte, e non per ultima, é Chiara Fumai, artista emergente (così è stata definita dal sistema dell’arte) morta suicida (rinchiusa) all’interno di una residenza d’artista.

Nietzsche considera l’arte lo strumento con il quale l’uomo tende a liberarsi dall’oppressione della razionalità.

L’artista non dev’essere visto come esecutore irrazionale di opere creative. L’arte non vuole e non deve essere confusa con la creatività. L’artista non é il creativo. Nessun creativo è mai morto suicida per eccesso di creatività. L’artista muore suicida per eccesso d’arte: un sentire mutevole e rigenerativo che non può essere spiegato se non vissuto, affrontato e asportato.

La creatività con oggettiva soddisfazione genera il bello, il funzionale, il capibile e l’utile. L’arte genera gusti che modificano l’idea di bello e di brutto. La creatività é organizzazione e comunicazione oggettiva.

L’arte é comunicazione soggettiva capace di modificare il percepibile, sopravvivere alle guerre, generare visioni che travalicano l’immaginifico e rigenerarsi a discapito dell’artista di cui ne rimane solo il ricordo.

Ci troviamo nel 1891, anno in cui il 25 gennaio muore Theo Van Gogh, fratello di Vincent, lasciando la moglie Johanna Bonger e il figlioletto nato pochi mesi prima.

Johanna Bonger é una donna intraprendente e colta. Laureata in inglese, all’età di 22 anni diviene docente presso la scuola superiore per ragazze a Utrecht. E’ in quel periodo che conosce Theo Van Gagh divenendone sposa due anni dopo.

Johanna dopo la morte del marito si trasferisce prima a Parigi per poi ritornare in Olanda,
portandosi dietro 200 tra dipinti e disegni del cognato Vincent, opere senza mercato per il sistema dell’arte di fine ottocento, ma per lei dal grandissimo valore affettivo. Si perché Johanna considera quelle opere strumenti grazie ai quali poter ritrovare il marito, delle lettere visive da interrogare ogni giorno. (Alla lettura visuale si aggiungerá poi quella testuale: le corrispondenze tenute tra Theo e Vincent.)

Il lavoro di Vincent Van Gogh fu in grado di tenere in vita, in quella di Johanna prima e per tutti noi dopo, l’artista è indirettamente Theo, colui che contribuì a preservare la salute mentale di Vincent e per riflesso la sua opera.

Ci troviamo in una sorta di triangolo della vita oltre la morte, nel quale ognuno dei nostri attori ha un ruolo ben definitivo. Se le opere di Van Gogh nascono dalle mani, dagli occhi e dal cuore dell’artista, il percorso del suo lavoro viene preservato dal fratello attraverso le risultanze delle lettere. Il risultato ultimo di questo connubio arriva a noi grazie a Johanna.

Rifiutata qualsiasi proposta di acquisto del opere del cognato, nel 1892 Johanna decide di voler far conoscere al mondo l’opera di Vincent Van Gogh consegnando a galleristi e addetti al settore i primi dipinti.

Ci troviamo alla fine dell’800, l’arte ufficiale viene soppiantata dall’iniziativa autonoma del singolo artista (l’esposizione di Courbet del 1855 parallela a quella del Salon ufficiale ne é l’inizio) e da gruppi di artisti accumunati da stili e concetti comuni. Da questi avvenimenti prende vita il mercato dell’arte dove critici, galleristi, collezionisti e mercanti d’arte contribuiscono al successo stilistico ed economico di molti artisti, supportati dalle prime forme pubblicitarie e dalle prime riviste d’arte.

Dotata di rara lungimiranza, Johanna sa che l’unico modo per portare a conoscenza l’opera di Vincent é quello di far conoscere l’esperienza della creazione. Non solo l’opera quindi ma soprattutto l’artista e il processo di generazione del suo prodotto, non perché l’opera non riesce a comunicarlo ma semplicemente perché l’interlocutore di fine Ottocento non é pronto a leggerla.

Nel 1914 Johanna pubblica “memorie di Vincent Van Gogh” epistolario tra Vincent e Theo, un documento esperienziale ed emozionale capace di svegliare le coscienze fino a capovolgere la reputazione dell’artista (fino ad allora conosciuto da molti come l’uomo schizofrenico e l’artista stilisticamente sgrammaticato) e aumentarne in maniera esponenziale la notorietà.

Come un bravissimo brand manager, Johanna riesce a divulgare il prodotto dell’artista valorizzandone l’unicità; veicola l’interesse dell’interlocutore verso i valori differenzianti ed esperienziali del brand, evidenziando il pathos dell’uomo (unico nel suo genere) e la sensibilità dell’artista ai limiti del sentire, oltre il genio e l’apparente schizofrenia.

Nel marketing industriale il marketing esterno, quello generato dalle brand agency, se non supportato e potenziato dal marketing interattivo serve a poco e in molti casi a nulla.

Una brand equity efficace dev’essere sostenuta da tutti gli operatori aziendali che si rapportano a clienti e fornitori.

Ancora oggi trovo un enorme difficoltà a salvaguardare l’identità aziendale di alcuni clienti; mi ritrovo a dover discutere ad esempio con chi, responsabile della logatura degli automezzi, stravolge la grammatica visuale del marchio scomponendo e sproporzionato naming, payoff e symbol.

Puro estro creativo dirai tu. Può essere! :), fatto sta che l’identità dell’azienda va a farsi benedire, insieme al lavoro dell’agenzia.

É necessario innanzitutto che il responsabile incaricato, prima di procedere verso qualsiasi pubblicazione, si confronti con l’ufficio marketing (una mail, una telefonata, un whatsapp, un qualsiasi segnale di fumo!)

Stessa regola (il confronto è la collaborazione attiva) per chi si presenta dal cliente da acquisire o fidelizzare. Qualsiasi strategia di comunicazione B2B, divulgata attraverso i canali online e offline per completarsi, dev’essere amplificata dal consulente aziendale, da colui o colei che ha il compito di approcciare e seguire il cliente nelle fasi di pre e post acquisizione , purché lo stesso divenga assimilatore prima e divulgatore poi dei valori del brand.

Senza un approccio olistico con i valori della marca, senza una costante collaborazione tra marketing esterno e marketing interattivo, in termini di messa in campo dei valori comunicativi della brand strategy, la stessa rimarrá monca dell’apporto necessario per il raggiungimento di tutti gli interlocutori bisognosi di una conferma face-to-face.

É con il raggiungimento di tale obiettivo che considero quell’azienda un marchio che può mutare in brand, entità aziendale che riesce a convincere senza persuadere, in un brand che può essere scelto al di là del prezzo e forse col prezzo più alto, in un brand da toccare con mano e da guardare negli occhi.

René Magritte, Golconde, 1953

É solito pensare che per la prima selezione legata alle scelte di acquisto, di affiliazione o di partnership gestite da manager, anche da quelli falsamente etichettati come businessman privi di emozioni, gli unici elementi in esame siano i numeri delle tariffe o i contenuti di company profile limitati alla presentazione dell’azienda e dei soli servizi.

Seppur in maniera razionale, tali scelte sono elaborate da essere umani (con sentimenti ed emozioni), che consciamente o inconsciamente, impongono al personale processo decisionale di valutare sia le informazioni razionali che i contesti emozionali del brand in esame.

Le emozioni quindi, necessarie per esternalizzare i sentimenti, sono utilizzati dall’uomo anche nei processi decisionali.

Uno studio dell’Università di Cambridge sostiene che se i centri celebrali che gestiscono le emozioni subissero un danno non solo saremmo impossibilitati nel ridere o piangere ma anche nel prendere qualsiasi decisione.

La razionalità ci induce a trarre conclusioni, le emozioni ad agire su di esse. É l’azione che determina e giustifica la scelta. Senza l’azione il risultato sarebbe nullo.

La scelta legata ai servizi e ai prodotti non puó escludere il potere emotivo della marca come valore differenziante, anche là dove entra in gioco il confronto.

Una marca conosciuta o che può esserlo facilmente (e in tal senso il marketing interattivo é indispensabile), capace di generare fiducia, fedeltà e relazioni a lungo termine, forte dei suoi valori intrinseci può conquistare una posizione di vantaggio nei confronti dei propri competitor che va oltre il servizio o il prodotto presentato e limitato al prezzo.

In tal senso é necessario che i valori differenzianti del brand debbano essere rafforzati e divulgati da tutti i membri che operano nel progetto di comunicazione e marketing: manager, consulenti, venditori, e dipendenti tutti hanno il compito di rigenerare i messaggi e mantenere vivi rapporti esterni (clienti, fornitori e stakeholder), divenendo ambasciatori dei valori della marca, assimilitatori delle regole proclamate dal marketing interno, strumenti di marketing interattivo e operatori interconnessi ai valori del brand.

Il solo marketing esterno non serve a nulla. Soldi spesi male per capirci, …ma di questo lo leggerai nel prossimo articolo.

Stelarc, Evolutiion

La Crearts é una brand agency specializzata in B2B con una spiccata propensione alla comunicazione di medie e grandi aziende che operano nel settore trasporti, logistica e supply chain.

Sono oramai più di 10 anni che mi confronto con manager e titolari d’azienda. Molti di questi, per abitudine, sentito dire o superficialità, propendono ancora per un payoff generalizzante, Trasporti&Logistica per l’appunto é uno dei casi.

E’ necessario differenziarsi. essere presenti e dissimili dagli altri individui che operano all’interno della stessa comunità industriale.

La comparsa dell’individuo, con la sua identità, è strettamente collegata alla comparsa del proprio lavoro, differente dall’altro per produzione, pianificazione e risultato.

Nell’immagine identitaria della vostra azienda, la comunicazione del sentire, biunivoca e dialettica, non omologa i messaggi, riverbera le riflessioni e ancor di più la critica, riversandosi all’interno di un sentire universale pixellato, nel quale l’unità pixel è riconoscibile per differenziazione.

La possibilità di differenziarsi nasce dalla volontà di voler comunicare i propri valori. La comunicazione dei propri valori nasce e cresce dal contatto con l’altro pronto ad accogliere il confronto. E’ dal confronto che nascono gli scambi e poi le partnership; una sorta di baratto intellettivo, una concreta comunicazione del sentire.

Il sentire è ciò che si percepisce direttamente di una situazione, di un oggetto, di una persona con cui siamo in contatto: le sensazioni fisiche che essa attiva nel nostro corpo, le emozioni e i sentimenti che smuove, le intuizioni e le immagini che suscita in noi.
Enrico Cheli
Norman Rockwell, Vaso di burro di arachidi. 1963

Papà ti piace il mio disegno?
Prof. cosa ne pensa del mio lavoro: le piace?
Che brutto questo quadro!
Che bella questa foto, complimenti!

Di gusti c’è ne sono sempre stati: gusti soggettivi e gusti oggettivi differenti per cultura. In alcune popolazioni indigene ad esempio il bello è per noi brutto e viceversa. Quale accezione é giusta quindi? Di sicuro il rispetto per la natura é più frequente in talune popolazioni che nella nostra e sicuramente molti dei comportamenti di cattivo gusto sono universalmente riconoscibili e inaccettabili.

Fino ai primi anni del diciottesimo secolo l’estetica del gusto limita il proprio diletto verso il piacevole e il gradevole, entrambe vestite, fino ad allora, esclusivamente di una connotazione legata al bello. Il piacevole come il gradevole non reclama spiegazioni, afferma l’ideale del bello e del buon gusto come l’unico valore su cui concentrare interesse.

L’interesse di chi? L’interesse di un pubblico precedentemente assente da qualsiasi valutazione estetica dell’opera visuale esposta. Si perché fino alla fine settecento le opere d’arte dipinte su commissione ed esposte nei luoghi di culto o nei palazzi reali si mostrano ad un pubblico che le osserva senza poter porre pubblici giudizi. L’opera, eseguita nel rispetto dei canoni accademici, viene scelta dall’artista e accettata dal committente. Non serviva altro.

Il Salon de Paris alla fine del settecento prima e dall’ottocento in poi diviene il luogo in cui gli artisti possono esporre le proprie opere, libere dal committente e dirette verso un pubblico cosciente dei propri gusti. Il gusto del pubblico ha per la prima volta un potere enorme sulla vita artistica dell’artista; il pubblico valuta e decide se quell’opera è giusta o meno, se l’artista è degno di continuare la propria opera. Si perché essere criticato negativamente dal pubblico del Salon significa essere rifiutato dalla vita artistica parigina ufficiale. Di quale tipologia di pubblico si tratta? Sicuramente non la massa, ma un pubblico selezionato ed invitato alle vernissage perché parte di una cerchia privilegiata.

E se il pubblico esprimeva giudizi sbagliati?
Se il giudizio negativo non era giusto?
Se il gusto del pubblico non rispettava le nuove sperimentazioni?

Molti artisti dall’ottocento infatti, promotori di una pittura neoclassica prima, romantica e moderna poi, stanchi delle regole accademiche che impongono il classicismo e la visione allegorica del bello artistico, preferiscono concentrare la loro attenzione sul significante, su accadimenti reali che travalicano i canoni accademici del tempo e dissacrano il bello ideale, per affermare l’interessante; un gusto artistico diversamente bello perché rivaluta il brutto.

Da un bello idealizzato ad un brutto che invita a riflettere. Da un idea di bello estetico ad un brutto che afferma e consolida la volontà dell’artista di voler comunicare a tutti i costi. La comunicazione a discapito della rappresentazione. La comunicazione del reale a discapito della rappresentazione dell’ideale.
Penso a La morte di Marat di Jacques-Louis David, a La zattera della Medusa di Théodore Géricault, a La libertà che guida il popolo di Delacroix, La guerra durante un attacco di gas di Otto Dix, solo per citarne alcuni.

Il cambiamento di rotta, l’evoluzione culturale dei linguaggi visivi, visti attraverso l’occhio della comunicazione, sono sempre stati segni distintivi della volontà di miglioramento e di resistenza sociale.

Basti pensare alla Germania degli anni 30 e 40. Hitler impone all’arte il proprio gusto: l’affermazione del classicismo e la volontà di cancellare tutte le correnti artistiche, attive nei paesi controllati dalla Germania nazista, classificate come degenerate.

il 18 Luglio del 1937 viene inaugurata La grande mostra dell’arte tedesca: ingresso ad invito e pubblico selezionato. Il giorno dopo, sempre a Monaco, viene inaugurata la prima mostra d’Arte Degenerata. La mostra, a ingresso gratuito, cerca e accetta tutti: un pubblico da informare e con il quale relazionarsi, nazisti inclusi. Alle opere vengono accostati testi informativi e poetici. L’idea del bello ariano viene ostacolato e re-informato dal brutto comunicativo da esporre e divulgare a tutti i costi, a costo di essere condannato all’esilio, a costo di essere condannato a morte.

La comunicazione visiva è l’espressione di un gusto che travalica l’estetica del bello e del brutto perché animato da un sentire creativo universalmente percepito, capito, accettato e condiviso.

Quale marchio vedi quando pensi alla pasta?, a quella ardente?, a quella a grano duro?, a quella integrale?, a quella senza glutine?, a quella buona come fatta in casa?.

Beh in tal senso dovresti ricordare più marchi, ogni marchio con una caratteristica differente, ogni brand con uno specifico valore differenziante, riconoscibile al limite dell’unicità.

Concordi con me se ti dico che pubblicizzare il solo prodotto o servizio é limitante e inutilmente dispendioso? Non basta trasformare l’utente in cliente è necessario mutare quel cliente nel tuo cliente.

Il tuo cliente sceglie i tuoi prodotti e/o i tuoi servizi perché sceglie te e il marchio che rappresenti. Il tuo brand e il tuo personal branding potenziano la fedeltà del tuo cliente attraverso i “valori differenzianti a marchio”, in tal senso le relazioni che generano partnership e fedeltà sono strategie di comunicazione biunivoche da non sottovalutare. (Social ed events sono i canali di maggiore interesse)

Il tuo cliente é il tuo partner, e questa regola é giusta sia nel B2C quanto nel B2B. Il partner genera interazioni, relazioni, interessi e coinvolgimento, aumenta la tua reputazione diventando il testimonial più accreditato.

Nel B2B i canali di comunicazione diretta non sono gli unici strumenti che favoriscono il branding relazionale. Seguire le logiche dei partner ed esserne partecipi, condividere gli obiettivi aziendali indirettamente collegati al business, sono altre soluzioni da poter affrontare per aumentare il legame tra brands e generare autorevolezza.

In altre parole: io ti conosco, condivido le tue scelte, capisco le tue esigenze e lavoro per ottimizzare le tue necessità. Questa pratica genera relazioni e aumenta il potere dell’unico prodotto e/o servizio da vendere: il proprio marchio.

Condividere esperienze che mutano in relazioni a lungo termine sono pratiche inerenti al branding relazionale e al branding esperienziale: due modelli collegati dallo stesso cordone che non vivono di vita propria perché si nutrono a vicenda.

Il brand costruisce e potenzia le proprie relazioni attraverso esperienze reali e digitali; in tal senso parliamo di esperienze positive che generano apprezzamento.

Un brand apprezzato è un’entità aziendale con un’identità riconoscibile perchè personificabile. I grandi marchi, quelli ben segmentati nel mercato, sono identificabili: Apple=Steve Jobs, Microsoft=Bill Gates, Facebook=Mark Zuckerberg, P&G=James Gamble e William Procter, pionieri tra l’altro del brand management.

Il branding esperienziale unito a quello relazionale potenzia la reputazione del tuo marchio verso target di interesse, genera relazioni che mutano in legami forti e duraturi oltre la stretta di mano.

Immagine in evidenza: Matisse, la danza 1910.

Niente sarebbe più buffo delle contorsioni dei fotografi per rendere vive idee banali. Mi fanno sedere ai miei pannelli, mi portano fuori (fuori è più vivo che dentro) mi fanno posare davanti ad un scala, alle mie spalle ci sono dei ragazzini che giocano, poi notano una panchina e allora subito (per fortuna inaspettata!) mi ci fanno sedere. Si direbbe che il fotografo atterrito debba lavorare moltissimo per far si che la fotografia non sia la morte. […] Ah, se solo potessi “riuscire” sulla carta come sulla tela di un quadro classico con un’espressione nobile, un’aria pensosa, intelligente, ecc. Insomma se solo potessi essere “dipinto”(da Tiziano) o “disegnato (da Clouet). Roland Barthes

Ricordo perfettamente quando all’Accademia di Belle Arti, nella prima lezione del corso di fotografia, il docente ci chiede di uscire, acquistare una macchina usa e getta da 24 scatti, fotografare quello che noi ritenevamo interessante, (degno di essere fotografato), sviluppare le foto e studiare il risultato.

Considero la fotografia lo strumento con il quale indagare il vero e la possibilità di poter scorgere il razionale non percepito prima dello scatto. In tal caso il fotografo scattando dovrebbe sapere che non solo si sta adoperando nel duplicare il reale (risultato fine a se stesso), ma anche operando nel scoprire ciò che era così ben nascosto da non essere percepito se non attraverso il proprio sentire e lo strumento che lo concepisce.

Paradossale per chi oggi si limita a vedere la fotografia solo valutando il lato fascinoso; dissacrante per chi é abituato a pensare che una buona fotografia si possa realizzare esclusivamente con la macchina e l’obiettivo da migliaia di euro. Siamo assuefatti da immagini in full hd, da quelle da non sottoesporre né sovraesporre, da quelle da non sfocare perché diversamente saresti uno sfigato (cavolo pure con l’autofocus focus pixels dell’iPhone 7 non sei riuscito a mettere a fuoco ? )

In Crearts oggi prestiamo al canale social opere visuali generate attraverso la fotografia. La fotografia come mezzo e non come fine, strumento con il quale concepire immagini solo all’insaputa del soggetto fotografato, in modo da rivelare tutto ciò che contrariamente sarebbe stato nascosto.

… non appena mi sento guardato dall’obiettivo tutto cambia: mi metto in un atteggiamento di posa, mi fabbrico istantaneamente un altro corpo, mi trasformo istantaneamente in immagine. (Barthes)

Ci occupiamo di branding e di conseguenza non abbiamo (e vogliamo) occuparci di pubblicizzare prodotti destinati alla vendita. In realtà non ci occupiamo di pubblicizzare nulla. Il nostro lavoro e affine alla comunicazione e molto lontano dal marketing e dalla pubblicità di genere. Il nostro lavoro vuole generare coinvolgimento, interazioni, curiosità, interessi, stimoli, interconnessioni, relazioni….e perché no, cerca di creare involontariamente (non potrebbe essere altrimenti) il punctum.

Per fare ciò puntiamo verso un lavoro visuale che Barthes, riferendosi alla fotografia, chiama unaria, affermando che la fotografia unaria ha tutto per essere banale. Non sono d’accordo. La fotografia unaria ha tutto per essere semplice (che è diverso), e la sua semplicità sta nella facoltà di concedersi a tutti indistintamente. La fotografia unaria non accetta distrazioni, non è sporcata dal superfluo, non nasconde e non si nasconde perchè si espone in tutta la sua sincerità.

Sincera come “questa non è una pipa” di Rene Magritte, apparentemente banale nella tecnica eppure completamente orientata alla comunicazione. Ciò è oggettivamente professionale, sposa completamente le formule del branding e della comunicazione visiva in quanto si appropria del linguaggio universale.

Leonardo da Vinci, l’artista che ha dipinto il quadro più famoso di tutti i tempi (la Monna Lisa), sosteneva che

La semplicità è la suprema sofisticazione.

Noi, nel nostro piccolo, ci stiamo lavorando.

Se tra le opere visuali del secolo scorso dovessi scegliere e classificarne alcune per capacità comunicativa sicuramente posizionerei al primo posto “questa non è una pipa” di Renè Magritte

Magritte dipinge una pipa accompagnando l’immagine con la didascalia “questa non è una pipa”. Beh cos’é allora se non una pipa?

Chi oserebbe pretendere che l’immagine di una pipa è una pipa? Chi potrebbe fumare la pipa del mio quadro? Nessuno. Quindi, non è una pipa. -Magritte-

E’ una rappresentazione, una raffigurazione, o meglio … un’opera di comunicazione visiva intenzionale. Magritte avrebbe potuto scegliere qualsiasi oggetto o soggetto da rappresentare. L’opera visuale avrebbe comunque contenuto la dicitura “questa non è….(l’oggetto rappresentato)”

La metodologia con la quale Magritte si appresta a comunicare segue le regole della “buona comunicazione”. Magritte vuole comunicare ed educare, insegnare la duale condizione dell’opera visuale che interpone immagine rappresentata e messaggio comunicativo, rappresentazione e significato. L’opera è semplice ma non banale, strutturalmente equilibrata, senza fronzoli. Il font è quello scolastico: a dimostrare la volontà di voler interagire con tutti indistintamente, colti e meno colti, … belli e brutti ?

Il messaggio comunicativo di Magritte potrebbe perfino estraneare il linguaggio grazie al quale l’opera é stata generata. Magritte è un pittore e quest’opera un olio su tela. Magritte avrebbe potuto essere un fotografo, un grafico o un designer.(A pensarci bene avrebbe potuto anche non essere un fotografo visto che in tal caso chiunque, anche il meno esperto, avrebbe potuto avvicinare la macchina fotografica al soggetto da fotografare e scattare.)Avrebbe potuto quindi fotografare una qualsiasi pipa ed elaborare l’opera con Illustrator, avrebbe potuto disegnarla o incollare un immagine ritagliata. Il messaggio non sarebbe cambiato. In tal senso Magritte ha scardinato l’accezione professionale di chi genera il prodotto comunicativo e la scelta del linguaggio. Magritte è un’artista, e come per “questa non è una pipa”, anche questo concetto non è scontato.

Ho approfittato di Magritte e della sua opera per introdurre come intendo “il fare comunicazione”, di come voglia appropriarmi delle regole della semplicità (e faccio il possibile per non contraddirmi con il mio testo) per generare e divulgare comunicazione. Tempo fa avrei usato “creare” e “pubblicizzare”, ma di questo ne scriverò poi.

Ci avviamo adesso verso quello che Roland Brathes chiama “il puncutm”, ci indirizziamo verso la fotografia, come mezzo e strumento e non come fine, una fotografia che vuole abbandonare il suo essere strumento creativo per essere strumento di indagine. Studiamo (inteso come “studium”- sempre Barthes in La camera chiara -) una fotografia che non vuole duplicare, fermare solo l’istante, trasformare il vivente in oggetto inanimato, ma un elaborato visuale che vuole “pungere”.

Adesso non vi resta che leggere il prossimo articolo.

La rete ha mutato l’approccio azienda-consumatore.

La comunicazione di massa e la sua univocitá sono state soppiantate dalle relazioni biunivoche in cui l’utente, appropriatosi della propria individualità, ha imposto la propria ragione decisionale, contaminando le campagne pubblicitarie e modificandone le scelte e i contenuti. Quello che inizialmente è sembrato controproducente e quasi pericoloso, si é mostrato oggi necessario per quelle aziende che hanno deciso di far parlare il proprio pubblico, di rendere partecipe il singolo sia nelle scelte che nei cambiamenti.

Dalla dimensione massificata della pubblicità si é passati alla dimensione locale della comunicazione. La rete ha dato vita a quello che Gilder chiama “legge del microcosmo”, ossia una comunicazione plasmabile confezionata sulle esigenze del singolo: microcosmo collegato in rete a tutti gli altri microcosmi.

La rete e le regole del branding che la plasmano e la sostengono hanno ribaltato la posizione dell’utente, da assimilatore del messaggio comunicativo a soggetto dei suoi mutamenti, fino a divenirne creatore consapevole e co-protagonista.

La rete e i social network hanno posizionato l’azienda e l’utente sulla stessa linea di collegamento in cui l’interattività e la sorgente energetica.

Utente e azienda si trovano uniti nel generare gli stessi contenuti con le stesse finalità all’interno di un sistema aperto che si nutre di infinite interconnessioni.

Un esempio eclatante è stata la campagna adv 2015 della Tgroup “Spediamo (uniti) ovunque”.

Azienda e cliente uniti dagli stessi obiettivi, perchè parti integranti di un sistema economico che, per funzionare, deve accettare connessioni e relazioni. L’insieme visto non come divisione di elementi che lo formano dove ognuno e chiuso all’interno del suo sottoinsieme delimitato e limitante, ma quanto come condivisione di esperienze che rafforzano la crescita dell’individuo aperto a dare e a ricevere.

I linguaggi comunicativi generati dalla rete si oppongono alla sterilità della comunicazione unidirezionale valorizzando lo spettatore quale interlocutore attivo.

In tale senso i social network hanno mutato l’approccio del consumatore ai servizi e ai prodotti pubblicizzati. Il branding, attraverso i processi comunicativi generati in rete, ha soppiantato l’idea del prodotto/servizio al centro dell’interesse del consumatore, sostituendolo con “l’idea di marca”.

Un brand è tale quando riesce a coinvolgere l’utente (consumatore e non) in tutti quei processi esperienziali legati alla marca. Ci troviamo di fronte ad un cambiamento culturale di cui ognuno di noi è parte integrante attiva e partecipativa.

La condivisione sociale, digitale e non, e quindi la partecipazione a eventi (meeting, mostre, fiere…) sono la possibilità di rafforzare relazioni che nutrono la notorietà del brand perché generano valori differenzianti utili, e in alcuni casi necessari, alla scelta di un marchio rispetto all’altro.

Qui non stiamo parlando quindi dell’esperienza vissuta per persuadere all’acquisto, non rivolgiamo la nostra attenzione all’esperienza legata al marketing commerciale, ma quanto all’efficacia dei processi relazionali messi in campo utili alla percezione del brand quanto tale.

Un esempio esplicativo è stato il #TorelloMeets del Gruppo Torello; evento tenutosi presso il Polo Logistico di Piacenza. Il Gruppo Torello è un’azienda di trasporti e logistica, una delle poche aziende italiane del settore che, attraverso il #torellomeets, ha avuto la capacità di ordinare i processi relazionali azienda-cliente-fornitore.

Il Gruppo Torello attraverso un personale approccio comunicativo, fedele alle regole del branding, comunica la propria personalità incarnando gli ideali di famiglia, la propria famiglia, quale motore che muove in maniera stabile, coerente e decisa la propria azienda.

Molto più di un open day, il #TorelloMeets non ha puntato alla pubblicazione dei servizi legati all’azienda ma all’occasione dell’incontro come accettazione dell’altro, confronto e condivisione. Incontro come unione.

L’idea del #TorelloMeets quale idea di marca è l’estensione di una comunicazione sociale in cui il sentire, generato anche attraverso una stretta di mano o un abbraccio, si pone come l’ingrediente per una rinnovata comunicazione aziendale, per un’idea di brand palpabile.

Lo specialista della persuasione é essenzialmente un eterodiretto, non vive che del suo rispecchiamento.
Roberto Terrosi

Quando ci si riferisce alla pubblicità si pensa immediatamente al suo scopo persuasivo, alla facoltà di dover per forza di cose essere convincente.

Per trenta anni, dagli anni 50 agli anni 80, la pubblicità ha mantenuto inalterato un modus operandi attraverso canali unidirezionali; radio, televisore e stampa: generatori di prodotti pubblicitari epidittici.

Nessuna comunicazione biunivoca, la pubblicità cercava e trovava consensi attraverso un linguaggio visivo e verbale unidirezionale, imponendo formule comunicative retoriche e convenzionali. Lo spettatore diviene, in tal senso, assimilatore sterile di messaggi. Nessun dialogo tra le parti, nessun confronto, la pubblicità é esente di comunicazione dialettica e relazionale.

Al modello unidirezionale si oppone oggi un modello biunivoco, alla retorica si oppone la dialettica.

I processi comunicativi generati dalla rete e le mutabilità intrinseche alla propria struttura, sono oggi capaci di opporsi alla sterilità della retorica con la valorizzazione dello spettatore mutato in interlocutore attivo, individuo capace di affermare la propria identità.

Le aziende in questo senso devono adeguarsi alla mutabilità delle rete e alle informazioni che riesce a generare, approcciandosi ad un lavoro di comunicazione che si nutre delle regole del branding.

Il branding riesce ad articolare la complessità delle relazioni che si generano tra brand e utente partecipativo, cosciente delle scelte prese e totalmente libero di cambiarle. Il brand non esige visibilitá, ma la concepisce per plasmarla assieme all’utente. Il brand non cerca applausi ne consensi, ma confronti, relazioni e interconnesioni. Il brand e l’utente condividono esperienze generate dalle comuni conoscenze.

In evdidenza: Marina Abramovič e Ulay, Imponderabilia, 1977.
"Siamo in piedi, nudi, sull’ingresso principale del Museo, una di fronte all’altro. Il pubblico che entra nel Museo deve oltrepassare, mettendosi di traverso, il piccolo spazio tra di noi. E ogni persona che passa deve scegliere chi di noi due affrontare." Marina Abramovič

Voglio fare dei disegni che vadano al cuore della gente… Voglio che la gente dica delle mie opere: “sente profondamente, sente con tenerezza”.

Vincent Van Gogh scrive al fratello Theo 668 lettere dal 1872 al 1890, anno della sua morte. Pensate se fosse vissuto nell’era del digitale; avrebbe utilizzato intensamente WhatsApp e Messenger (messaggi destinati solo a pochi), probabilmente avrebbe avuto un profilo Instagram, da utilizzare sempre con i filtri dai colori acidi dalle intensità contrastanti e app di editing con controlli manuali. Avrebbe comunque continuato a dipingere perché solo la pittura gli avrebbe concesso la facoltà di trasmettere il proprio sentire.

Vincent Van Gogh è un brand, o meglio il primo brand della storia dell’arte che si nutre di quei valori evocativi, intimistici ed esistenziali che faranno poi dell’espressionismo la prima corrente artistica puramente comunicativa. L’arte di Van Gogh è riconoscibile e unica, così come la sua esperienza di vita prima e dopo il periodo francese. Le sue opere sono direttamente collegate alla sua vita. In Van Gogh arte e vita si fondono attraverso la continua ricerca del vero anche a discapito del bello.

Le sue opere, seppur sgrammaticate e apparentemente mal strutturate, emozionano perchè nutrite da un sentire che trasforma il brutto in bello artistico, in vera comunicazione. Pensate al Cristo crocifisso, in cui il brutto (rappresentato attarverso la flaggellazione) diviene salvezza e quindi bello. Il brutto è indispensabile perchè l’unica via per divenire bello, sublime, divino.

Van Gogh genera il bello e il brutto senza separarli grazia ad un modus operandi irrefrenabile, istintivo ed estramemente lucido.

L’esperienza di vita di Van Gogh, i suoi ideali di purezza e il suo genio sfociato in schizzofrenia, sono elementi di una storia emozionante ed emozionale che vuole essere pura comunicazione.

Cosa fa un brand se non presidiare la sfera emotiva, comunicare il proprio sentire attraverso un linguaggio universale ed indirizzarlo al singolo, trasformare lo spettatore in interlocutore condividendo emozioni reali, accettare chiunque voglia condividere il sensibile.

Van Gogh è un brand dal carattere emozionale ed esperenziale, un’entità senziente capace di presidiare l’inconscio collettivo.

Il contemporaneo ha modificato le relazioni umane, i tempi che regolano la divulgazione e la ricezione delle informazioni, la scelta dei prodotti e la veridicità dei messaggi nei canali di comunicazione.

Il digitale ci fa più sicuri e apparentemente piu forti. Dietro ai nostri device ci prestiamo a facili giudizi; offese e ingiurie sono all’ordine del giorno per chi si appresta alla condivisione digitale. Le aziende che scelgono i canali online per divulgare le proprie strategie di comunicazione devono essere pronte ad affrontare anche questo aspetto.

La notorietà di un brand è direttamente proporzionale alla sua reputazione, e se di brand si tratta la percezione della vostra azienda e i valori differenzianti che la sostengono possono essere scudo per articoli, post e commenti negativi e spada quando si sceglie di andare controcorrente, di difendere le scelte prese da anni e confermare con trasparenza e orgoglio di essere fedeli ai propri valori di marca e di conseguenza ai propri clienti.

La scelta della Ferrero di continuare ad utilizzare l’olio di palma per i propri prodotti quando tutti gli altri scelgono di abbandonarlo,  la scelta di pianificare e mettere in piedi una strategia di comunicazione attraverso lo spot “Ferrero da 70 anni la qualità prima di tutto: olio di palma“, la convention del 18 ottobre e l’apertura delle porte della fabbrica di Alba sono la prova di come un marca, che da anni comunica attraverso le formule del Branding, è orientata al successo anche quando si muove in controtendenza parlando ad un pubblico, quello del contemporaneo digitale, diversamente presente.

[…] Grazie alla campagna di comunicazione e di trasparenza, come quella di fare visitare i nostri stabilimenti, nell’ultimo trimestre abbiamo visto una bella inversione di tendenza. Stiamo registrando una crescita del 4% di vendite della Nutella in Italia, mentre a livello totale siamo in crescita di oltre il 2%.[…] Alessandro D’Este, amministratore delegato di Ferrero Italia

Dell’arte contemporanea fa parte anche questo … esagero, sopratutto questo; una comunicazione esente dal marketing, utile, coinvolgente, riflessiva, intimistica, oggettiva.

Anche la body art, quella riconosciuta dall’arte contemporanea, quella da non confondere con la sorellastra che decora corpi, ha dato vita a brand settorializzati nel linguaggio specifico.

La performance chirurgica: ORLAN

La performance tecnologica per un cyber corpo: STELARC

La performance intimistica: GINA PANE

Orlan, Stelarc, Gina Pane … e tanti altri brand “dell’arte del corpo” sviluppano un linguaggio visivo nel quale lo spettatore vive un’esperienza sensoriale attraverso l’esperienza corporea e corporale dell’artista.

L’engagement di alcuni brand (Hermann Nitsch Chris Burder per citarne solo alcuni) trasformano lo spettatore in attore, esecutore e co-protagonista dell’azione performativa. In assenza dell’utente l’azione performativa sarebbe nulla. In assenza dell’esperienza l’opera sarebbe inesistente. L’artista e l’utente vivono interconnessi attraverso l’opera prodotta;  in assenza dell’utente, artefice dell’esperienza, resterebbe esclusivamente l’idea, il progetto; forma embrionale di qualsiasi opera comunicativa (perché qui di comunicazione visiva stiamo parlando, nella sua forma intenzionale, pratica, sensoriale).  Gli artisti della body art sono brand dal valore esperienziale ed emozionale esenti dal marketing e dal prodotto designato all’acquisto. Cos’è quindi il brand se non la rappresentazione di un modo di essere, o meglio la riproduzione, in ogni sua forma, del sentire individuale che accomuna e coinvolge il collettivo?

Il successo delle vostre forme di comunicazione dipendono dalle formule comunicative in esse intrinseche, indirizzate alla divulgazione di un progetto aziendale, culturale o politico mai persuasivo e sempre orientato alla marca.

Gina Pane, Azione sentimentale, 9 novembre 1973

Era il 1905 quando viene affidato a Gustav Klimt la decorazione della sala da pranzo del Palazzo Stoclet, una residenza privata completata nel 1911 a Bruxelles dall’architetto Joef Hoffmann. Il palazzo è considerato un capolavoro, il suo interno dunque viene affidato alle mani abili di artisti incaricati di fondere l’arte con la vita. Klimt realizza L’albero della vita, un’unica lettura composta da tre pannelli.

Semplificazione visiva e identità sociale sono gli elementi che ci interessano.

Klimt racconta una storia e lo fa organizzando gli spazi. L’attesa della donna, l’albero: simbolo della vita terrena, e l’abbraccio che non annulla l’attesa ma la impreziosisce, attraverso il compimento del gesto, quale fine ultimo di una storia a lieto fine.

Siamo protagonisti e osservatori inconsapevoli della nostra vita. L’arte, in questo senso, riesce a rendere preziosi momenti apparentemente poco importanti. L’attesa appunto, uno di questi. Cosa può valere l’abbraccio di un incontro se non porta con se il tempo dell’attesa? Più lunga è l’attesa più forte sarà l’abbraccio che sosterrà l’incontro.

Klimt dipinge il tempo, e lo fa attraverso la rappresentazione dell’albero che è vita vissuta, che è il tempo che separa e avvicina l’incontro, che è l’incontro stesso e il continuo non rappresentato.

L’insegnamento di questi concetti sono stati messi in campo attraverso un’operazione di brand power dinamica e ancora in atto.

Nel Novembre dello scorso anno vengono a trovarci in agenzia quella che oggi è la nuova amministrazione comunale di Succivo e quella che noi chiamammo Succivo Viva.

L’esigenza fu subito chiara: il bisogno di essere rappresentati da un simbolo figurativo che potesse acquisire velocemente la propria ricoscibilità attraverso quei valori che fanno parte della memoria collettiva.

Abbiamo ideato il naming quindi, la sua identità visiva e il concept design per un operazione di branding a nostro avviso vincente. Il fatto che il 78% dei votanti abbia contrassegnato il nostro simbolo è per noi motivo di maggiore soddisfazione.

Ieri guardavo i vari post su Facebook e mi capita di fermarmi su quelli di Salvatore Manzi: docente all’Accademia di belle arti di Napoli, artista per la E23 di Max Cafaggi. Lo ricordo ai tempi di quando eravamo studenti all’Accademia e in occasione di Già fatto!?, collettiva tenutasi a Casagiove. Firmava le persone, come a volersi appropriare degli altri attraverso la propria firma. (Concettualmente interessante, seppur debole e banale nella performance.) Con questa operazione Zak Manzi (pseudonimo utilizzato negli anni 90) valorizzava l’artista a discapito dell’opera. Niente di nuovo se la consideriamo un’operazione eseguita dall’artista conosciuto. Ma così non era.

Piero Manzoni firmava le propria merda (o solo scatole vuote!?). Quelle scatole sono considerate opere d’arte perché firmate dall’artista affermato (dal sistema). Vale lo stesso per il prodotto brandizzato, sia esso una sedia o un vestito. Quel prodotto acquisisce valore solo perché firmato da quel marchio forte dell’insieme di valori intrinseci al prodotto.  Tale operazione inoltre segue una strategia di marketing precisa: la volontà di valorizzare il brand attraverso il prodotto e la user experience che ne consegue.

Perché una sedia della Foppapedretti è più costosa di una buona sedia in legno senza marchio?Perché è la presenza della marca che fa la differenza.

Perché un’opera di Lucio Fontana vale più soldi di un qualsiasi altro artista meno conosciuto? Perché c’è chi ha deciso che la marca Lucio Fontana e il prodotto artistico che ne consegue ha più valore economico: qui galleristi, curatori e agenzie pubblicitarie fanno la loro parte.

Entrambi quindi, l’opera di Lucio Fontana e il prodotto della Foppapedretti, sono mossi dagli stessi obiettivi di business, entrambi destinati, nella maggior parte delle volte, come prodotti d’arredo, …da regalo, …da collezione.

Quello che resta, nel senso opposto e in secondo piano, è una semplice sedia in legno da una parte e la ricerca artistica, lo studio, il sacrificio dell’artista dall’altra, esente da qualsiasi valore economico.

Quale faccia della medaglia preferisci?

[…] Ebete, cattivo e drogato […]

così Nantas Selvaggio descriveva Vasco Rossi dopo aver visto l’esibizione tenuta al Motor Show di Bologna nel 1980 e andata in onda su Domenica In.

Attenzione!, non è un articolo su Vasco Rossi. Ci mancherebbe. ? Ma quanto il riflettere sul risultato di ciò che è stato prodotto attraverso il personaggio Vasco.

Arrivo subito al sodo!

A Verrucchia, frazione di Zocca, ha abitato Vasco Rossi. Chi tra i fan non lo sà! Io non sono un fan, quindi fino a pochi giorni fa non sapevo né questo, né che lo steccato, il cancello della villa e la strada adiacente sono completamente ricoperte da scritte e dediche dei fan che hanno visitato, a mò di santuario, l’abitazione.

Il risultato è un’opera pittorica involontaria,un’installazione site-specific in progress, uno strumento di comunicazione visiva animato da un linguaggio comprensibile solo a chi vuole sinceramente comprenderlo, un opera d’arte contemporanea nata senza l’artista.

Da qualche parte su facebook ho sentito Achille Bonito Oliva dire che l’arte la fanno in pochi, che ci sono pochi artisti e molti artieri. (errata affermazione. Chi decide chi è o non è un’artista. Chi decide se la mia opera, il mio lavoro è o non è arte.) Beh quest’opera manda a quel paese gli artisti dalle “opere importanti” e il sistema che li sostiene, ai Cattelan di turno, ai finti Banksy, ai 1000 Koons che si prodigano solo alla firma, ai 100.000 Luca Rossi (e che sfiga se ti chiamavi Mario o addirittura Vasco) con i loro falsi Talent Show, agli artisti star e a tutti coloro che ti dicono “la mia opera la capiscono in pochi”.

Il brand fatto uomo

L’11 Maggio 2005 viene conferita a Vasco Rossi la Laurea Honoris Causa in scienze della comunicazione.
Ricordo molto bene l’evento. Il rettore, intervistato da una giornalista, affermava che Vasco ha ideato e creato un modo nuovo di comunicare ai giovani, o meglio, il personaggio Vasco è divenuto strumento e prodotto di comunicazione per i giovani. Vasco è un Brand a carattere emozionale con un’enorme forza intrinseca. Comunica oramai a più generazioni e non lo fa esclusivamente attraverso le proprie canzoni ma sopratutto attraverso la propria user experience, che sia essa digitale (attraverso i social o per meglio dire anche attraverso i suoi “clippini”) o reale.

Alla fine ogni di concerto, almeno in quei pochi che ho vissuto (Anna non me lo perdona ? ) Vasco Rossi ha terminato urlando più volte:

Ce la farete tutti.

Ecco, cosa è questa se non la volontà di voler comunicare a tutti i costi? Qui non si tratta solo di “fare” canzoni ma di espandere un messaggio positivistico, qui non si tratta solo dell’artista star che diviene brand ma sopratutto dell’uomo che lo nutre, del brand fatto uomo.

Se nel 1943 Rockwell lavora a “Libertà di parola. Libertà di culto. Libertà dal bisogno. Libertà dalla paura.”, Jackson Pollock inaugura la sua prima personale presso la Galleria Art of this Century di Peggy Guggenheim. Queste opere sono ancora influenzate dal surrealismo, dai murales messicani, dall’arte primitiva e da quella dei nativi d’America; bisogna attendere il 1946 per poter ammirare in modo trasverso le prime opere realizzate con la tecnica del dripping.

[…] l’aggettivo trasverso indica solo la naturale posizione che assumo ogni qual volta mi trovo di fronte ad un’opera, vale a dire la disposizone sul lato destro di essa, tale da tracciare un’astratta diagonale che mi permette di sbirciare da una posizione diversa, come vorrebbe essere, rispetto a quella assunta dall’artista quando ha realizzato l’opera. […] Massimo Bignardi, Lo sguardo trasverso, Edizioni Quattroventi

Ecco, anche questo modo di porsi, quello trasversale, non funzionerebbe con l’opera che Pollock realizza tra il ‘47 e il ‘52. La tela, di grosse dimensioni, viene posizionata a terra. L’artista non si pone di fronte ma sopra e ai quattro lati, non è fermo ma si muove, la calpesta, traccia con i suoi movimenti l’impronta del suo sentire.

Musica rock e architettura decostruttiva, fantascienza e realtà virtuale, droga e look, cyberpunk e splatterpunk, installazioni artistiche e metaletteratura, performance sportive e teatrali fanno parte di una stessa cultura, la cui chiave d’accesso è costituita dall’esperienza dell’essere umano come una cosa che sente…. Mario Perniola

L’opera pittorica di Pollock “stranamente” non è mai casuale. Pollock è un instancabile lavoratore, studia la morfologia linguistica giapponese, organizza i suoi movimenti migliorando le competenze tecniche necessarie per eseguire al meglio i suoi lavori.

Vorrei essere stato presente all’esecuzione del suo primo lavoro eseguito con la tecnica del dripping; immagino la scena: Pollock posiziona la sua prima tela a terra, apre il suo barattolo di acrilici e/o di vernici industriali, afferra il pennello dal manico e lo gira, lo cala nel barattolo di smalto liquido e lo schizza sulla tela. Da quel gesto nasce un nuovo modo di concepire l’arte e l’enfasi che la genera. In quell’incessante groviglio pittorico Pollock trova la sua sintesi metafisica degli opposti, l’ordine e il caos, la ragione e il sentimento, la razionalità e la passione. In quel gesto Pollock fa suo il sentire di una generazione che in Europa vive gli anni del nazismo, crea e definisce uno status sociale, conclama, attraverso la propria esperienza individuale e controcorrente, una pittura prettamente america, o meglio da vita alla pittura autenticamente americana. L’opera di Jackson Pollock si afferma con la stessa convinzione e riconoscibilità di un marchio fatto brand; meglio di Marcel Duchamp, prima di Andy Warhol.

Brand/Marca: entità concettuale che, presidiando il territorio mentale di un individuo, evoca un insieme di valori predefiniti… Gaetano Grizzanti Brand Identikit, Fausto Lupetti Editore.

[..] Cara mamma, sto ancora aspettando l’uscita del mio manifesto, che subisce dei ritardi di stampa, ma che è divertentissimo da fare. [..]​

Era il 1891 quando Henri Toulouse-Lautrec all’età di ventisette anni condivide con sua madre le emozioni che anticipano l’affissione del suo primo manifesto:il ballo di Moulin Rouge – la Goulue.

Concorderete con me sul fatto che il testo di Lautrec potrebbe tranquillamente appartenere ai nostri giorni. Non è difficile immaginare un giovane freelance che scrive alla propria madre su whatsapp o messanger per condividere l’emozione della stampa o della pubblicazione del proprio lavoro grafico.

[..] il mio manifesto oggi è affisso sui muri di Parigi e presto ne farò degli altri [..]

La possibilità di contribuire attraverso il proprio lavoro ad aumentare la visibilità dell’evento pubblicizzato, è una sensazione alla quale non ci si abitua e Toulouse Lautrec non è da meno. Lautrec non si preoccupa di teorizzare il proprio linguaggio o le motivazioni del fare. Lui disegna, rifiutando ogni genere di abbellimento ed enfatizzando gli aspetti morfologici e somatici dei suoi, molte volte, inconsapevoli modelli; lo fa all’interno del Moulin Rouge e di altri cento e più locali di Parigi, posizionandosi in un angolo, invisibile agli occhi distratti, con una capacità segnica concessa a pochi.

La sue matite e i suoi gessetti fermano i gesti, le espressioni, le impressioni, gli sguardi e gli avvenimenti con una veridicità espressiva fotorealistica. Le sue opere sono figlie dell’esperienza vissuta che viene semplificata attraverso il prodotto segnico-artistico pronto alla duplicazione. Nel suo lavoro non si trova un solo viso umano di cui non abbia sottolineato le caratteristiche morfologico-espressive. La sua matita non mente, cerca e trova il vero attraverso l’essenziale.

Un qualsisi prodotto comunicativo, sia esso elaborato per la fruizione online o offline, deve rispettare le regole di veridicità del servizio/prodotto/evento pubblicizzato. La comunicazione è efficace, funziona solo se è totalmente sincera, se rivela gli elementi esperenziali ed emozionali del brand.

Lautrec fa della propria vita un’arte al servizio della comunicazione, e la comunicazione il prodotto di un voyerismo artistico elegante ed introspettivo, nel quale l’esperienza prende forma attraverso una sintesi segnico-espressiva riconoscibile e pura.

[..] la novità è raramente l’essenziale. Questo ha a che fare con una cosa sola: rappresentare un soggetto meglio di quanto faccia la sua natura intrinseca. [..]

…la nuova pittura ha abolito ogni distinzione tra arte e vita.

Così scrive il critico Harold Rosenberg a riguardo della nuova arte americana. Siamo nel 1946, il secondo conflitto mondiale è terminato, da poco più di un anno sono state sganciate le bombe che hanno colpito Hiroshima e Nagasaki e in America vivono, lavorano e combattono contro una cultura che non riconoscono più gli artisti della nuova astrazione americana: Gorky, de Kooning, Kline, Rothko, Newman e Pollock.

E pensare che 10 anni prima, l’American Scene definisce e impone un “ritorno all’ordine” attraverso un realismo che possa affermare un’arte propriamente americana, nazionalista, divulgativa, pubblicitaria. Gli artisti dell’American scene hanno bisogno di contribuire al cambiamento sociale, valorizzando e divulgando, attraverso uno stile realistico, i valori più genuini dell’America nel periodo della grande depressione.

…un terzo del paese è deplorevolmente alloggiato, deplorevolmente curato, deplorevolmente nutrito

affermava il presidente Roosevelt che, per avere una visione chiara della situazione di degrado vissuta dagli abitanti delle campagne, promuove la Farm Sicurity Administration, ente che si occuperà di documentare attraverso la fotografia, senza coinvolgimenti emotivi e nel modo più obiettivo possibile, tale condizione.

Sarà compito della pittura appropriarsi della visione romantica, sarà compito della pittura appropriarsi dei crismi della comunicazione visiva ed emozionare, valorizzare e promuovere i pensieri innovativi e positivistici.

Libertà di parola, Libertà di culto, Libertà dal bisogno, Libertà dalla paura sono 4 opere che Rockwell realizzó ispirandosi al discorso di Roosevelt tenutosi nel 1943. Le opere dal carattere fotografico fermano attimi di vita quotidiana studiati a tavolino. Rockwell è in questo senso Direttore creativo, fotografo, graphic designer e brand manager per una campagna di comunicazione sociale senza precedenti.

Nella complessità del lavoro strutturale e comunicativo Rockwell sceglie, per compilazione grafica del messaggio, la semplicità a dispetto del complicato, sceglie di comunicare con grande umiltà l’umiltà dell’uomo ed elevarla a grandezza. La pittura di Rockwell, e le scelte che la nutrono, sono la testimonianza dell’unione forte e durevole tra arti visive e vita vissuta, tra esperienza del fare e sintesi emozionale. Le idee sensazionali di Rockwell sono le regole che oggi muovono il branding.

…il designer ha il compito di leggere quello che non c’è, e che ci dovrebbe essere. Non i desideri, ma i bisogni, i comportamenti, le esperienze latenti.
Lucille Tenazas